DALLA PAROLA ALLA VITA
La missione di ciascuno nasce sempre da un incontro
Don Gianluca Attanasio
22 novembre 2025
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Introduzione
Il primo incontro aveva come centro il fatto che siamo tutti chiamati a una missione fino all’ultimo istante della nostra vita. Dire che la propria vita è inutile è una tentazione che viene dal demonio e come tale va riconosciuta. Siamo tutti accomunati da una stessa missione, ci unisce il fatto che Gesù ha affidato a ciascuno e a tutti noi insieme una missione, la stessa missione che Gesù ha affidato agli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”[1].
L’altra volta abbiamo visto che San Paolo, pur avendo davanti a sé ormai poco tempo – e per la maggior parte segnato da sofferenze e fatiche – percepisce la breve vita che gli rimane come una continuazione, un approfondimento della missione che Cristo gli ha assegnato. E questo è affascinante perché ci mostra che in ogni istante della nostra vita possiamo essere utili. La percezione di essere inutili ci deprime profondamente.
Gesù dice agli apostoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”[2]. È molto forte questa espressione. Gesù è il Figlio di Dio e noi non lo siamo. Eppure Gesù dice a noi che ci manda come il Padre ha mandato Lui. E altrove Gesù dice: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori alla conversione”[3]. La scorsa volta molte domande vertevano su questo punto quando, citando Madeleine Delbrêl, ho detto che il nostro amore non può essere che un amore di redenzione. Cosa vuol dire? Che Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Il compito degli apostoli, e quindi il nostro, è chiamare i peccatori alla penitenza, alla conversione.
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La forza della parola
Gesù manda gli apostoli a salvare il mondo attraverso il suo genuino insegnamento. Questo è il punto centrale di quello che voglio comunicarvi oggi, cioè la forza, la potenza della parola.
San Paolo dice che Dio salva il mondo attraverso la stoltezza della predicazione.[4]
Questo significa che la predicazione è fatta da un uomo peccatore come noi, ma in quanto si fa portatore e tramite della parola di Cristo – che è la parola del Padre – quella parola diventa salvifica.
Don Paolo, incontrando le famiglie più giovani, mi ha fatto presente che dobbiamo riscoprire alcuni pilastri della nostra vita, per “costruire la casa sulla roccia”. Uno dei basamenti su cui la casa si costruisce è il dialogo. Del dialogo se ne percepisce la potenza nella misura in cui si percepisce la potenza della parola.
C’è un libro di Florenskij che si intitola “Il valore magico della parola”, noi potremmo tradurre: “La potenza miracolosa della parola” quando essa è un eco genuino di Cristo.
Racconto un semplice esempio. Qualche settimana fa mi viene a parlare una persona e mi racconta che quattro anni fa, poiché aveva un tumore, in confessione il sacerdote gli aveva detto: “Offri questa tua malattia per la salvezza delle anime”. Quindi un incontro furtivo, breve come avviene durante la confessione. Questa persona ha una nipote che si è ammalata di leucemia. Sono quattro anni che è ammalata e solo un miracolo la può salvare. Lui ha ripetuto questa frase alla nipote di 10 anni, e lei ha capito. Anche per questa frase ha vissuto la sua malattia in un modo diverso, capendo che quella malattia aveva un senso. Chiaramente, crescendo, -adesso ha 14 anni – lo capisce molto di più. Questa persona mi ha detto: “Mia nipote adesso vive con letizia questa malattia”.
La potenza della parola può salvare la vita di una persona.
In famiglia può accadere che per lunghi periodi due sposi, dovendo lavorare, occuparsi dei figli, della casa ecc, non trovino o non si prendano il tempo necessario per parlare. Ma se non iniziano a farlo la casa prima o poi crolla. Si può facilmente cadere nell’errore di condurre la famiglia come un’azienda, dividendosi i compiti, portando avanti le cose. Certamente bisogna “gestire” la casa e la famiglia, però c’è qualcosa di più profondo che è il dialogo tra i coniugi, per cui è necessario prendersi del tempo, lasciare i figli a qualcun altro, prendersi una serata.
Uno dei pilastri della nostra casa sacerdotale è l’incontro della casa, un dialogo che viviamo tutte le settimane in cui non ci aiutiamo nella missione che stiamo svolgendo, ma ci aiutiamo nella nostra vita personale. È qui la differenza: un conto è affrontare i problemi dei figli, i problemi economici, un altro è aiutarsi nella vita personale che si sta vivendo.
La questione del dialogo è decisiva con i figli, con i giovani che ci stanno intorno. Oggi il 40% dei più giovani parla con l’intelligenza artificiale e chiede i consigli a lei. La parola ha una potenza salvifica che si manifesta quando noi siamo capaci di immedesimarci con i sentimenti dell’altro, quando questa parola è eco della parola di Cristo. Può però accadere anche il contrario: la parola può uccidere. Preparando questa lezione, si è illuminata agli occhi della mia mente una frase di Gesù che avevo sempre considerato un po’ esagerata o comunque non comprensibile alla mia mente:
“Chi dice al fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio e chi gli dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna”[5].
Cioè, se tu dici a uno “pazzo”, vai all’inferno. È molto forte, ma si può capire solo alla luce di quanto ho detto.
Nella regola di San Benedetto è riportata una frase del libro dei Proverbi che dice: “La morte e la vita sono nelle mani della lingua“[6].
Commenta Lepori: ” È come se la lingua fosse un cow-boy armato di parole, che tiene le parole come armi con cui può minacciare e uccidere.”[7] È come se fosse un cowboy che deve fare un duello e nel duello ci scappa un morto e chi muore è il più debole. Si può usare la lingua come strumento di potere per uccidere il più debole, che può essere il marito o la moglie, il compagno di lavoro. È necessario disarmare la lingua, abbiamo bisogno di una conversione del cuore perché questa parola diventi eco della parola di Cristo che riceviamo, della parola di Dio che ascoltiamo nel silenzio.
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Il silenzio
L’anno scorso madre Monica ci ha detto: “Per essere un fiume”, cioè uno che ha qualcosa da comunicare, uno che ha qualcosa da dire ai figli, ai nipoti, ai compagni di strada, “bisogna attingere a un lago”. Per dare agli altri qualcosa di noi stessi dobbiamo saper ascoltare Dio.
Il nostro vescovo nella sua lettera pastorale sulla missione ha scritto: “Nella società non più credente il fedele è in cammino, ha bisogno di rinnovare ogni giorno la sua fede”[8].
L’obiezione che spesso mi viene rivolta è che non si ha tempo per dialogare, per ascoltare la parola di Dio, per pregare.
Il consiglio pratico che vorrei darvi sulla parola è prendersi del tempo per dialogare, tempo che va segnato sull’agenda, va organizzato nei weekend finché non diventa un habitus perché, se noi non lo organizziamo, questo tempo non c’è mai.
Il secondo consiglio pratico è che noi dobbiamo pregare e ascoltare la parola di Dio nel tempo che abbiamo e come possiamo. Perché se ci lamentiamo che avremmo bisogno di più tempo e che la situazione in cui siamo ci impedisce il rapporto con Dio, rimaniamo bloccati.
Se Dio ci ha messo in una determinata situazione è perché noi possiamo vivere il rapporto con Lui in quella situazione. Nel peggiore dei casi possiamo offrirgli la nostra giornata. Oggi è anche possibile ascoltare un podcast che aiuta a meditare sulla parola di Dio, ad esempio, anche pulendo la casa, oppure si possono leggere due righe della parola di Dio, bastano poche parole che però vanno nel profondo del cuore. Basta partire da una frase che ci colpisce a messa. Noi non possiamo lavorare tutto il giorno perché siamo fatti di corpo, per fortuna, perché la vita a lavorare tutto il giorno non sarebbe così lieta. Abbiamo bisogno di fare una passeggiata, abbiamo bisogno di riposarci. Possiamo fare una passeggiata dicendo il rosario, come molti di voi hanno iniziato a fare, o prenderci del tempo per l’adorazione o per l’ascolto della parola di Dio. Se prima di parlare con tua moglie, con tuo figlio, dici il rosario ti garantisco che questo cambierà il dialogo e gli parlerai in modo diverso.
Le tecnologie oggi vogliono prendere il posto di Dio, vogliono riempire tutto il nostro spazio, tutto il nostro tempo. Dobbiamo domandarci, insieme alla moglie, al marito – perché da soli è molto difficile – se dobbiamo mettere dei filtri, dei timer, in modo che ci sia un tempo, uno spazio e un luogo, dove noi possiamo incontrarci con Dio, con la moglie e i figli. Se c’è sempre il telefono acceso, questo è molto o del tutto impedito.
Ascoltando la lezione di questa sera può venire la tentazione di dire: “Ma dopo tutti questi anni io sono ancora all’inizio, non sono capace, cado sempre negli stessi errori”.
Desidero quindi concludere con la lettura di un brano di Isacco di Ninive.
Altro sono gli inciampi e le cadute posti sulla via della virtù e sulla corsa della giustizia, secondo la parola dei padri: “Sulla via della virtù ci sono cadute, mutamenti, violenza, eccetera” [cioè la via della vita alla sequela di Cristo non è lineare]. Altro è invece la morte dell’anima, la completa distruzione e la desolazione totale. Ecco come si fa a conoscere che si è nel primo caso: se uno, anche cadendo, non dimentica l’amore del Padre suo; e, pur essendo carico di colpe di ogni genere, la sua sollecitudine per la sua opera bella non è interrotta; se non smette la sua corsa; se non è negligente nell’affrontare di nuovo la battaglia contro le stesse cose dalle quali è stato sconfitto; [tante volte uno dice in confessione: ‘ma io ricado sempre nelle stesse cose’, certo, devi combatterle per tutta la vita]; se non si stanca di ricominciare, ogni giorno, a costruire le fondamenta della rovina del suo edificio, avendo sulla sua bocca la parola del Profeta: “Fino all’ora del mio passaggio da questo mondo, non rallegrarti di me, o mio nemico! Perché sono caduto, ma di nuovo mi rialzo; sono seduto nella tenebra, ma il Signore mi illumina”. Così non cesserà di combattere fino alla morte; non si darà per vinto finché ci sarà respiro nelle sue narici; e anche se la sua nave naufragasse ogni giorno e i risultati ottenuti dal suo commercio finissero nell’abisso, non cesserà di prendere a prestito e caricare altre navi e navigare con speranza. Finché il Signore, vedendo la sua sollecitudine, avrà pietà della sua rovina, rivolgerà a lui le sue misericordie e gli darà incitamenti potenti per sopportare e affrontare i dardi infuocati del male. Questa è la sapienza che viene da Dio, e chi è malato di questo è sapiente.[9]
È proprio quello che Gesù dice: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori alla conversione”[10] .
ASSEMBLEA
Domanda Spesso si dice che conta di più l’esempio della parola. Ma, in quanto ad esempi, io peccatore non sono il massimo. Mi consola che hai detto: “rialzarsi sempre”. Puoi dire qualcosa sul fatto che anche noi che siamo tutti peccatori, possiamo educare con il nostro esempio?
don Atta
L’esempio è rialzarsi. Anche il figlio cadrà, e se ha avuto un padre o una madre che si sono rialzati, che hanno avuto l’umiltà di non porre la speranza nella propria perfezione morale ma in Cristo che viene a salvarci, questo sarà l’esempio più importante. L’esempio più importante non sta nel non cadere, ma nel rialzarsi, nel porre la speranza in Cristo.
C’è certamente una parte di verità nel dire che è più importante l’esempio della parola perché, se la parola non è accompagnata dall’esempio diventa una contro-testimonianza. Ma questo non va assolutizzato fino al punto di togliere valore alla parola, all’insegnamento.
La nostra comunità si fonda su dei vincoli di amore fraterno, sulla carità reciproca e questo è l’esempio, ma si fonda anche sull’essere insieme attorno alla parola di Dio e ascoltarla. “In principio era il verbo”, cioè il Padre era il verbo; infatti, la Trinità è comunicazione di sé. Se noi non comunichiamo noi stessi stiamo male, perché siamo fatti a immagine di Dio che è Trinità, dunque la parola è una forma della carità.
Non possiamo disgiungere la parola dall’esempio. Quando il buon ladrone – mentre è in croce, prima di morire – dice al cattivo ladrone: «Ma tu non hai timore di Dio, condannato alla stessa pena?», corregge il suo compagno facendo un atto di carità che può salvargli l’anima, che forse gli ha salvato l’anima.
Il nostro compagno di lavoro non può conoscere Cristo semplicemente attraverso il nostro esempio: è necessario che noi gli parliamo di quello che viviamo.
Domanda 1 Puoi spiegare meglio cosa vuol dire aiutarsi nella vita personale tra marito e moglie? Quasi sempre in famiglia si finisce per occuparsi delle esigenze e bisogni di ognuno in funzione di un obiettivo o di questioni da quadrare. Altre volte, partendo dalle questioni concrete, si sperimenta un’unione e una letizia.
Domanda 2 Il dialogo tra coniugi mettendo a tema il proprio rapporto col Signore e le relative scoperte, i silenzi, le paure è un orizzonte nuovo e lontano per me. Io dialogo su come stiamo, su come la pensiamo, ma il mio rapporto con il Signore è qualcosa di così mio che ne parlo solo con un prete. Davvero questa condivisione è fondamentale? Anche voi lo fate nelle vostre case?
don Paolo
Rispondo partendo dall’esperienza che viene sia dal rapporto tra di noi sacerdoti, sia delle amicizie che ho con alcune famiglie.
Arriva sempre un momento in cui sembra che le incombenze pratiche siano l’unica cosa necessaria da fare, l’unica cosa di cui bisogna prendersi cura, soprattutto quando i figli chiedono tanto, perché magari sono piccolini e uno tutto proiettato su di loro, oppure, nel nostro caso, quando la comunità cresce e bisogna fare le riunioni pratiche e organizzative perché tutto deve quadrare. Questa, secondo me, è una tentazione.
Nella nostra casa di preti ci prendiamo un giorno della settimana, in cui non lavoriamo e a tema non c’è l’organizzazione della nostra vita o della pastorale, ma a tema c’è «io come sto? Come il Signore mi ha raggiunto in questa settimana? Qual è stata la gioia dal rapporto con il Signore? Qual è stata la fatica che il Signore mi ha dato in questa settimana?». Sembra quasi che fare questo incontro della casa o prendersi del tempo con gratuità sia una perdita di tempo: «ma io ho tante cose da fare». In realtà, quel momento di incontro, di dialogo non è un affilare le armi e non è una dialettica ma è davvero un incontro spirituale delle nostre anime che si aprono l’uno all’altro, e fa sì che nasca tra di noi una complicità, una cordialità, una letizia che ci permette anche di lavorare meglio. Sono sempre capito dai miei fratelli quando parlo così? La maggior parte delle volte sì, poche altre volte no. Come loro, d’altronde, alcune volte non si sentono capiti e accolti da me … ma è più importante decidere di mettersi in questa strada di incontro, di lasciare spazio a questa complicità tra di noi. Lo stesso vale per una coppia, una famiglia. Quando dovete iniziare a dialogare tra marito e moglie o ricominciare a farlo dopo tanto tempo, all’inizio sarà un po’ imbarazzante, aiuta quindi, ad esempio, andare al ristorante insieme, o fare una passeggiata, si parla con più facilità.
don Atta
Talvolta qualcuno nella nostra casa ha l’umiltà di dire, ad esempio: «Faccio fatica a fare questa cosa. Su quest’altra cosa sto facendo fatica. Aiutatemi». Solo il dire il punto su cui si fa fatica dà una forza enorme, perché non sei più da solo ad affrontare quella fatica.
don Paolo
San Serafino di Sarov ha detto: «affrontare le difficoltà o le tentazioni da soli è come combattere contro leoni, affrontarle nel cenobio – cioè in comunione con i fratelli – è come combattere contro colombe». A volte basta che il marito o la moglie dica «guarda, sto facendo questa fatica» perché il litigio si appiani e nasca una nuova carità.
Domanda Come reiniziare in un rapporto quando la taciturnità del coniuge è usata come strumento per chiudersi? Come aiutare l’altro che si chiude nel silenzio quando vive una difficoltà?
don Paolo
Questa domanda mi piace particolarmente e rispondo raccontando un episodio: una volta ho chiamato una coppia di amici a fare un incontro con i ragazzi giovani sul dialogo ed hanno raccontato la loro esperienza. Lei diceva: «Se io ho bisogno di parlare con mio marito lui se ne accorge perché la sera quando torno a casa, metto su la teiera e preparo due tazze di tisana. Appena lui vede questo gesto, sa che ho bisogno di parlare, e quindi mio marito si dispone in una posizione di dialogo». È la sfida dell’amore trovare le strade per parlare al cuore del coniuge. Io, ad esempio, se devo parlare con Atta vado a camminare: mi metto la tuta, le scarpe, camminiamo un paio d’ore e ci parliamo. Lui ha imparato che, se mi deve dire delle cose, bisogna portarmi in un bar; lì sono più disponibile. Ogni coppia si domandi qual è la strada che percorre per arrivare al cuore del marito o della moglie. Ho capito come dialogare con lei? Quando l’altro si chiude nel silenzio, bisogna capire come arrivarci… È bella questa fatica, perché è la fatica dell’amore, di un cammino di amore. Così anche se uno ha dieci, venti, cinquant’anni di matrimonio si riscopre giovane, si riscopre fidanzato.
Domanda Come si concilia il disarmare la lingua e il tacitarsi da una parte con la correzione fraterna anche tra moglie e marito e tra amici?
don Atta
È una questione ampia, che non può essere esaurita in poco tempo. Dico solo qualcosa. Rispondo partendo dall’esperienza personale: mi sto rendendo conto di quanto sia importante il silenzio. La correzione non deve mai essere insistente. C’è un modo della correzione: se voglio correggere qualcuno mentre è alterato, annebbiato dall’ira, anche se la correzione è giusta, nel 99% otterrò l’effetto opposto e aumenterà l’ira. Bisogna quindi aspettare che la persona si sia calmata e trovare il tempo e il modo adatti, non correggere subito; qui si apre la questione del silenzio. Bisogna capire quando l’altro ha una predisposizione, un’apertura ad accogliere la correzione. Il primo punto, dunque, è l’importanza del silenzio; si convertono e si correggono le persone più con la preghiera che con la correzione.
La correzione è un dovere morale. Va quindi fatta se c’è la ragionevole speranza che possa essere accettata. Che amicizia è la nostra se non ci correggiamo? La nostra amicizia è un cammino in Cristo, verso Cristo: la correzione dovrebbe diventare qualcosa di desiderato, cercato, richiesto. Tante volte non si corregge non per amore alla persona, né per attendere tempi migliori, ma per amore del quieto vivere – e qui c’è di mezzo la salvezza. Correggere una persona può voler dire salvarle l’anima, salvare un matrimonio, sicuramente salvare dei giovani che crescono in un mondo in cui nessuno dice loro cosa è bene e cosa è male.
Domanda Mi sono reso conto che ora che i figli sono cresciuti ed iniziano ad affacciarsi alla vita adulta occorre coltivare un dialogo preferenziale/esclusivo con loro, come ho imparato a fare con mia moglie quando erano piccoli. Mi rendo anche conto che il dialogo con loro diventa parola potente quando volto a guardare in profondità le loro paure e i loro desideri. Come posso far sì che le mie parole non siano solo mie, a non far sì che prevalga la mia idea di quale debba essere il loro bene?
don Paolo
Rispondo raccontando quello che ho imparato stando con i ragazzi, molti cresciuti qui, che ho visto crescere. Quando oggi mi chiedono di parlare – cioè quando sono loro ad aprirmi la porta del loro cuore – la parola che dico deve essere preceduta da un momento di preghiera. Come ho detto altre volte, la cosa che più mi ha educato a pregare sono stati proprio i ragazzi, perché ti costringono a pregare, a mendicare di usare le parole giuste.
A volte bisogna accettare che, genitore o educatore, tu non sai a che punto è tuo figlio, ti sembra di averlo perso. Come nell’episodio bellissimo di Gesù dodicenne che si perde nel tempio: Maria e Giuseppe vivono angosciati, sembra che abbiano perso Gesù. C’è un momento in cui sembra che tu i ragazzi li abbia persi, non sai dove stanno. Bisogna aspettarli sull’uscio della loro camera, del loro cuore. Se vivi questo rapporto di verginità li aspetti, e quando ti aprono la porta e chiedono aiuto, o quando sono più disponibili ad accogliere un’indicazione, allora quella parola che dici è più potente.
Serve accettare che, quando i figli crescono e vivono la transizione tra adolescenza e età adulta, non sono più bambini. Bisogna fare con loro cose che piacciono a loro, avere un rapporto preferenziale. È difficile perché uno è abituato a vedere il figlio come un bambino, poi in poco tempo cambia e diventa uomo o donna. Bisogna cambiare il modo di rapportarsi. Non lo puoi più trattare come un bambino. Devi iniziare a parlare come a una donna o a un uomo, e questo i figli lo apprezzano.
don Atta
E’ proprio il parlar loro come a una donna o a un uomo, anche se non lo sono ancora perché vivono una fase di transizione, che gli permette di diventarlo.
Domanda 1 Credo sia importante avere delle amicizie vere o una comunità a cui appartenere come un’àncora di salvezza, che ci aiuti a vedere la luce anche nei momenti più bui.
Domanda 2 Ho speranza, ma sono anche impaziente, come se volessi sapere già subito dove Dio vuole portarmi in questo momento buio. Come faccio ad aspettare, a restare calmo nell’attesa di una risposta in un momento di difficoltà?
don Atta
Il buio non piace a nessuno. Nei miei momenti di buio ho dovuto fidarmi e appoggiarmi ad altri che vedevano più di me; io non vedevo. Bisogna avere l’umiltà di chiedere aiuto e poter accettare anche di essere aiutati.
Bisogna avere una comunità che ti aiuta, la Chiesa serve anche a questo. Gesù non dà i momenti di buio a tutti insieme proprio perché impariamo a sorreggerci gli uni con gli altri: entriamo nella carità. Bisogna avere l’umiltà, che molte volte non abbiamo, di chiedere aiuto e accettare che siamo noi quelli che devono essere aiutati.
don Paolo
Gregorio Magno dice che il corpo della Chiesa si costruisce perché ciascuno sostiene l’altro e lui, che era Papa, dice «io non posso fare il Papa senza essere sostenuto da voi». In questo sostegno reciproco cresce il corpo, siamo uniti da legami di carità, affetto, amore: questa è la Chiesa.
Domanda Come Chiesa torinese, quale metodo avete in mente per riportare i giovani di 20, 30, 40 anni in chiesa e a partecipare ai sacramenti?
don Atta
Questa domanda richiederebbe una risposta più lunga. Da quando sono arrivato a Torino ho visto tutti questi giovani partecipare alla movida e ho sempre avuto il cuore ferito. Vedere i ragazzi che si stordiscono con droga e alcol è una fonte di dolore nel mio cuore, e ho sempre chiesto al Signore come raggiungerli. Una risposta definitiva non ce l’ho. Abbiamo però aperto le porte della nostra casa e abbiamo incontrato tanti giovani. Oggi tra bambini e giovani ci sono più di 500 ragazzi che frequentano l’oratorio: non tutti vanno in chiesa o frequentano i sacramenti, ma non dobbiamo preoccuparci; fanno un cammino, e si vedono molte conversioni. Quest’anno abbiamo nove battesimi tra i ragazzi grandi. Tutto il lavoro che stiamo facendo, a partire dal catechismo, porta frutto: prima restavano in parrocchia pochissimi dopo la cresima, ora la metà resta. Adesso che seguo i ragazzi universitari, chiedo: «Come siete arrivati? Che esperienza avete?». Più di uno mi ha detto: «Andavo in oratorio, poi finita la cresima non c’era nessuna proposta e non sono più andato». Quindi, serve una proposta.
Abbiamo una cinquantina di educatori che ogni settimana danno un po’ del loro tempo. È un investimento enorme. Io e don Paolo abbiamo anche un sogno: creare degli spazi dove i giovani possano trovarsi insieme per divertirsi in modo costruttivo, senza ubriacarsi o drogarsi. Non so se riusciremo, ma nasce proprio dal desiderio che ci siano strade nuove. Abbiamo iniziato il doposcuola, ci sono ragazzi che non vanno mai in chiesa ma vengono a fare volontariato. Poi, magari, si convertiranno. Il volontariato è una grande strada. Sono passi concreti che prima non c’erano. Questa è la sfida più grossa per la Chiesa oggi: non ci può essere una risposta univoca o che assicuri successo. Però tutto quello che è nato dalla vita insieme, dalla decisione di investire in questo, sta portando frutti.
Cosa può fare ciascuno? Primo: la preghiera che è ciò che converte le persone, soprattutto i giovani. Secondo: offrire i propri dolori, sacrifici, per la conversione dei giovani. Terzo: far sapere che c’è un posto dove i giovani possono trovare una proposta educativa sana, perché tanti non vengono perché non sanno che esiste.
don Paolo
Quarto: aprite le porte di casa ai ragazzi, invitateli anche voi a cena! La missione è un dono di Dio a cui vi chiediamo di partecipare come potete. Gli incontri che facciamo servono per chiederci come far conoscere la bellezza della vita cristiana alle persone che incontriamo; ecco perché ci incontriamo.
[1] Gv 20,21
[2] ibidem
[3] Mt 9,13
[4] Cor 1,21
[5] Mt 5,22
[6] Pr 18,21
[7] Lepori, Seguire Cristo, Cantagalli, pp. 44-45
[8] R. Repole “La parola sul cuore. Lettera sulla trasmissione della fede” Settembre 2025
[9] Isacco di Ninive, Discorsi ascetici. Prima collezione, a cura don Sabino Chialà, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (BI) 2021, p, 171.
[10] Mt 9,13
Ascolta l’audio dell’incontro
