Ti ho amato di un amore eterno

Mamma con bambino - Ti ho amato di un amore eterno

TI HO AMATO DI UN AMORE ETERNO

C’è davvero qualcuno che mi ama così come sono e per sempre?

Don Gianluca Attanasio

18 ottobre 2025

La luce di Cristo

Sono felice di riprendere con voi questo dialogo e vorrei partire da una parabola che ci racconta Gesù.

Disse loro anche una parabola: Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in una buca?[1]

Il nostro stare insieme, le nostre amicizie, la nostra stessa comunità potrebbe fare l’esperienza raccontata da Gesù: essere una guida di ciechi che vanno a finire in una buca. In effetti noi siamo ciechi: non conosciamo il nostro futuro, il nostro destino finale ci è nebuloso, così il destino dei nostri figli o delle persone che amiamo.
Un giorno Pio XII, dopo la recita del rosario in San Pietro, stava passando a salutare le persone e a fare il bacia-mano come si usava una volta. A un certo punto si fermò davanti a un ragazzo che, al suo passaggio, non accennava a muoversi, rimaneva immobile. Il Papa non sapeva cosa fare. Allora, il segretario disse a Pio XII: “Santità, è cieco.” E lui rispose: “Siamo tutti ciechi.” Questo ci fa capire perché la presenza di Gesù è così necessaria alla nostra vita.

Pensando alla mia vita, da quando ho incontrato Gesù a 12 anni, una luce l’ha illuminata e mi ha spalancato un modo nuovo di guardare alle cose: l’incontro con Lui ha portato una luce di significato sulla mia vita che prima non c’era. Prima mi domandavo: “Ma cosa c’è dopo la morte? chissà…” Poi con l’irrompere della luce celeste attraverso Cristo, è stato come se i miei occhi fossero stati aperti.

Infatti, Gesù dice:
Io sono la luce del mondo. Chi segue me non cammina nelle tenebre.[2]

Quando diciamo la messa accendiamo le candele proprio a significare che senza la luce di Cristo la nostra vita vaga nelle tenebre.
Questa luce normalmente ci raggiunge tramite altri uomini, attraverso una comunità.
Non mancano casi in cui Gesù chiama direttamente delle persone, come ad esempio è avvenuto per san Paolo oppure, come per altri santi nella storia, attraverso illuminazioni interiori, ma si tratta di rare eccezioni.

Se Cristo è la luce della nostra vita, avvicinarci al suo insegnamento è ciò che indica la strada per ciascuno di noi e per la nostra comunità. Per questo ho scelto un brano degli Atti degli Apostoli in cui san Paolo chiama a raccolta gli anziani, i vescovi della comunità di Efeso, e ricorda brevemente quello che ha fatto negli anni in cui ha vissuto con loro:
Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile al fine di predicare a voi e istruirvi in pubblico e nelle vostre case.[3]

Dunque, la nostra vita, la vita della comunità cristiana è una scuola di Cristo. Quando qualcosa del Vangelo ci colpisce, è Cristo stesso che parla alla nostra vita. Quando capiamo qualcosa del Vangelo, un’intima gioia abita il nostro cuore, perché siamo toccati dalla luce celeste.
Questo avviene innanzitutto nella Santa Messa. Il sacerdote, ad esempio, dice: “Dal Vangelo secondo Luca,” e tutti rispondono: “Gloria a te, o Signore.” Cioè, si riconosce che quella è parola del Signore, non del sacerdote che sta leggendo.
Quando il sacerdote finisce di leggere dice: “Parola del Signore,” e non si risponde “Lode a te Don Paolo,” ma “Lode a te, o Cristo,” perché crediamo e affermiamo che quella è parola di Cristo stesso. Le persone che a Efeso avevano incontrato Cristo attraverso san Paolo Lo avevano incontrato davvero, ed era realmente Cristo che le istruiva, attraverso la predicazione di san Paolo. Così avviene anche per noi oggi.
Attualmente abbiamo la possibilità di usare le nuove tecnologie che, pur nefaste sotto molti punti di vista, possono essere utili, ad esempio, per ascoltare il Vangelo mentre si va al lavoro. Potete trovare le omelie che facciamo la domenica on line, così si possono riascoltare mentre si è in auto, si va al lavoro, ecc. Proprio perché lo scopo di queste omelie è aiutarci a capire come le parole del Vangelo parlano alla nostra vita oggi.

San Paolo inoltre dice di aver insegnato “in pubblico e nelle case”. Tutta la vita della Chiesa è insegnamento, i momenti pubblici, ma anche quando ci troviamo a casa, quando ci prendiamo del tempo per leggere, per ascoltare e riflettere nel silenzio.

La missione

Tanto più il nostro cuore si apre a questa scuola di Cristo, quanto più questa luce invade la nostra vita e il nostro cuore, tanto più non si può non desiderare di portarla nel mondo.
Per questo, qui vorrei introdurre la parola missione, che sarà al centro delle riflessioni di quest’anno.

San Paolo dice nello stesso brano degli Atti:
Ecco, ora vinto dallo Spirito io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che lì mi accadrà.[4]

San Paolo viveva la sua vita avvinto dallo Spirito che lo spingeva verso la missione. Una missione che tutti noi siamo chiamati a vivere: con i figli, con i colleghi, con i vicini, con chi si incontra per strada. La missione è il compito che Dio ci affida: quanto più entriamo nella maturità, tanto più cresce in noi il desiderio di generare.
L’inizio della maturità in un ragazzo infatti è caratterizzato dal desiderio di generare, di costruire.
San Paolo cambia molti posti, fa molte cose durante la sua vita. Così anche la missione che Cristo chiede a ciascuno di noi cambia nel tempo.

Ho incontrato una ragazza appena sposata, in attesa di un figlio, che mi ha detto: “Appena nascerà il bambino la nostra vita cambierà in modo importante.”
Un conto poi è quando hai figli piccoli, un conto è quando questi diventano adolescenti, o quando se ne vanno.
Una cosa è quando sei preso dal lavoro e non riesci a respirare, un’altra è quando magari ti licenziano.

Ci sono momenti in cui il lavoro assorbe ogni energia, altri momenti in cui c’è un infortunio che costringe a casa, e può essere dura. Dio chiede di vivere anche questo.
Oppure ci si ammala, non si può fare niente di attivo, allora il Signore chiede di offrire quella malattia in unione al sacrificio di Cristo, per la salvezza delle anime.
Ho fatto questi piccoli esempi per dire che per uno sposato, per un prete, o per chi vive la verginità in un’altra vocazione, per tutti la chiamata del Signore attraverso lo Spirito Santo cambia nel tempo. Dobbiamo sempre domandarci che cosa Dio ci chiede oggi. Come è accaduto a san Paolo, che era stato per tre anni nella comunità di Efeso, poi avvinto dallo Spirito andò a Gerusalemme senza sapere ciò che là lo attendeva. Era solo certo che sarebbe andato incontro a tribolazioni.
Anche voi vivete questa missione: l’accoglienza che fate nelle vostre case, la semplicità di invitare una persona a pranzo, i ragazzi che i vostri figli conoscono e che voi accogliete in casa, le famiglie di questi ragazzi che, tramite i loro figli, si interessano alla nostra esperienza, i colleghi che incontrate al lavoro. Abbiamo l’esempio degli incontri organizzati il mercoledì da don Andrea per gli anziani: ogni mercoledì invitano qualcuno di nuovo. Dovunque incontriamo qualcuno, possiamo vivere la missione.

Le cose di lassù

San Paolo, dopo aver vissuto un rapporto profondissimo con queste persone, parla del distacco:
“… non vedrete più il mio volto.” […] Detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.[5]

Mi sono domandato come facesse san Paolo a vivere un affetto così profondo per le persone che incontrava, per i figli spirituali che generava e poi lasciare tutto per andare a fare il missionario altrove. Ho trovato la risposta nella Lettera ai Colossesi:
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù dove si trova Cristo, assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.[6]

“Abbiamo una terribile nostalgia dell’anima. L’anima – come descrive Florenski – è la capacità di percepire le cose invisibili”[7].

Discutere delle “cose di lassù” sembra parlare di cose astratte, ma san Paolo le descrive molto concretamente:
Rivestitevi come amati di Dio, santi e diletti –  “le cose di lassù” significa sperimentare di essere amati da Dio – di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.[8]

Può esserci un Paradiso dove noi siamo arrabbiati con qualcuno che ci ha fatto del male? Può esserci un Paradiso dove non abbiamo perdonato qualcuno?
Sono queste “le cose di lassù”, molto presenti nella vita di tutti i giorni.

Lo scorso anno c’è stato un incontro con Madre Monica Della Volpe, suora di clausura. Qualcuno le ha chiesto: “Come faccio a sperimentare l’amore di Dio quando lo sento lontano?” Lei ha risposto
“Il perdono è l’esperienza che più ci aiuta a comprendere come siamo amati infinitamente da Dio. Infinitamente vuol dire sempre, non solo quando l’ho incontrato, non solo l’altra volta che ho sbagliato, poi sono andato a confessarmi, ma adesso, che è la milionesima volta che faccio la stessa cosa e mi vergogno a dirlo: non importa. Lui mi perdona e anche gli altri che ormai sanno come sono fatto e io so come sono fatti loro. Allora una casa è veramente una casa del perdono. Qui possiamo sperimentare l’amore di Dio che altrove non c’è”.[9]

Ecco l’inizio del paradiso: la casa del perdono. Spero che le fraternità che viviamo tra di noi, i gruppetti che si trovano stabilmente o non stabilmente, quando ci troviamo a mangiare insieme, a bere un aperitivo, a fare una passeggiata, siano questa esperienza di misericordia reciproca.

C’è una frase di Madeleine Delbrêl che mi ha accompagnato quest’estate: “Finché siamo sulla terra, quando ameremo il nostro prossimo ameremo esseri umani che sono peccatori. Finché un cristiano sarà sulla terra, sarà un peccatore che ama un altro peccatore, perché non ci sono uomini che non siano peccatori. E finché un cristiano sarà sulla terra, non potrà amare suo fratello di un amore che non sia di redenzione.”[10]
Questa consapevolezza è una liberazione immensa: sapere che sulla terra “ameremo sempre esseri umani che sono peccatori”. Finché un cristiano sarà sulla terra, sarà un peccatore che ama un altro peccatore.
C’è il rischio infatti che, seguendo Cristo, volendo seguirlo, di fronte alla nostra incoerenza ci scoraggiamo. Oppure ci scandalizziamo perché chi, nella comunità, dice di seguire Cristo poi fa il male. Ma è normale! Finché un cristiano sarà sulla terra sarà un peccatore che ama un altro peccatore.
Finché siamo sulla terra non possiamo amare il fratello se non di un amore che sia di redenzione: un amore che guarda il peccato dell’altro come lo guarda Cristo, venuto per redimere il peccato, non per condannare il peccatore. La possibilità ultima è vedere in chiunque qualcuno con cui intessere un dialogo che possa aprire alla luce di Cristo.
Cristo che ognuno cerca in maniera manifesta o implicita.

Domanda: A volte certe iniziative o azioni missionarie che tento risultano fallimentari. Altre volte azioni a cui non do peso generano qualcosa. Come si capisce dove bisogna investire più energie per dare più frutti?

Don Attanasio: È un’esperienza che tante volte facciamo anche noi sacerdoti. Investiamo su una cosa e invece fiorisce da un’altra parte. Lo Spirito di Dio, come dice Gesù, soffia dove vuole. Noi non possiamo controllarlo, per fortuna. Dobbiamo avere la disponibilità di vedere dove opera e lì cercare di aiutare, ad esempio accompagnando le persone ad accogliere questa azione dello Spirito.

Domanda: Mi piacerebbe essere più in grado di vedere i segni dello Spirito che ci indica quale strada dobbiamo prendere. In questo senso, molte volte capisco di essere cieco, sia per la mia vita, sia per quella degli altri. Come si cresce nella capacità di vedere i segni di Dio?

Don Attanasio: Premetto che la risposta non è esaustiva. Dico alcune cose:

  1. Ci sono alcuni dati della realtà che sono inevitabili e che siamo chiamati ad accettare come un segno chiaro di Dio. Faccio sempre l’esempio, un po’ monotono: quando il cardinale di Napoli ci ha detto “Non vi do una parrocchia”, è stato un segno inevitabile che non eravamo chiamati a stare lì, perché non potevano stare tre preti senza una parrocchia.

Era un segno oggettivo esterno. Altri esempi: una malattia, il licenziamento. È un fatto che accade, e che uno è chiamato a capire: “Mi è accaduto questo, a cosa Dio mi chiama adesso?” Ad esempio, uno non ha ancora trovato il lavoro, può decidere di iniziare a fare volontariato. Quindi i fatti oggettivi inevitabili sono sempre permessi o voluti da Dio.

  1. Poi ci possono essere delle intuizioni che lo Spirito Santo dà al nostro cuore. Uno sente la necessità di fare un volontariato in un certo posto. Come si fa a capire che è un segno dello Spirito? Iniziando a farlo e verificando se, facendo quel volontariato, si cresce nell’amore di Dio e dei fratelli o se quello che si fa è utile. Una cosa viene da Dio se ci fa crescere nell’amore di Dio e dei fratelli.
  2. Come criterio di discernimento: il primo punto che ho detto sono i fatti oggettivi; il secondo punto di discernimento sono i moti interiori che lo Spirito Santo suscita nel nostro cuore; il terzo, molto importante nella nostra storia, è il dialogo fraterno.

Florenski, che ho citato prima, prete ortodosso russo, scienziato, filosofo, teologo, morto nei lager sovietici, insegna che la verità non si dà all’uomo singolo isolato, ma all’uomo che vive all’interno di una comunione fraterna. È facile capire: l’uomo da solo ha sempre un punto di vista limitato. Dentro una comunione fraterna la verità si manifesta molto di più. Ad esempio, nel mio caso il discernimento non è mai staccato da un dialogo con i miei confratelli o con le persone con cui porto avanti una realtà.
Adesso ho iniziato a seguire gli universitari e i giovani lavoratori: non riesco a capire dove andare senza avere un dialogo con loro. Certo, io ho 57 anni e più esperienza di loro, ma non posso portare avanti una realtà, un gruppo, senza un dialogo.
Lo Spirito Santo si manifesta anche attraverso questo.
Nei primi due mesi di attività che stiamo svolgendo qui a Torino con la nuova casa sacerdotale, che si è arricchita anche di nuove persone, questo dialogo fraterno che viviamo per capire cosa Dio chiede a ciascuno di noi e cosa ci chiede insieme è davvero una grande consolazione e un grande aiuto. Questo ci dà una grande forza poi nel lanciarci. Spero che questo dialogo possa esserci anche tra marito e moglie e negli ambiti dove siete chiamati a operare, sia nella carità della parrocchia che nei vostri ambiti lavorativi, dove ci sono altri disponibili a questo tipo di lavoro.

Domanda: Cosa vuol dire avere verso il fratello un amore di redenzione? Davanti al male del fratello, la mia reazione più frequente è o di rifiuto verso il fratello o di connivenza. Perché amare l’altro di un amore di redenzione, posto che siamo già redenti da Cristo? Chi sono io per credere di poter liberare l’altro?

Don Attanasio: Partiamo da questa domanda che ci aiuta a capire meglio quello che ci ha detto san Paolo quando ci ha invitato a guardare alle cose del cielo e non a quelle della terra. “Rivestitevi come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà.” In paradiso non c’è l’orgoglio. In paradiso non posso dire a un altro “sono meglio di te”, perché non sarebbe il paradiso, l’altro si sente umiliato. L’umiltà invece è l’inizio del paradiso. Chi vuole essere superiore agli altri non è in paradiso. Un orgoglioso non può entrare in paradiso perché non è il primo, avrà sempre Dio sopra di lui. Nell’orgoglio non c’è il paradiso. “Se qualcuno ha di che lamentarsi nei riguardi degli altri, come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”. Il perdono è iniziare a vivere il paradiso. Se io perdono l’altro, non porto dentro di me il risentimento, la rabbia, e sto meglio, sono in pace. Inizio a vivere il paradiso.
Certo, è Gesù colui che ci ha redenti. Infatti, dice: “Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.” Se Gesù ci ha insegnato a dire nel Padre Nostro “Perdona i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, tutti i giorni, vuol dire che tutti i giorni pecchiamo e tutti i giorni dobbiamo perdonare. È una condizione stabile della nostra vita sulla terra. Vivere un amore di redenzione non vuol dire che io redimo il fratello, questo ovviamente è assurdo, lo redime Cristo, ma partecipo alla redenzione di Cristo nel momento in cui lo perdono invece di condannarlo.
Certe volte dico ai fidanzati e alle fidanzate: “Ecco, è partito lo sguardo con il giudizio dentro.” Quello non è un amore di redenzione, è un amore in cui tu giudichi il tuo fidanzato perché è un peccatore. Dobbiamo accettare che noi siamo tutti peccatori, tutti redenti da Cristo. Sono 12 anni che sono qua, e nessuno mi ha mai detto “Te ne devi andare”, eppure di peccati ne ho commessi tanti. Scoprire che siamo perdonati, non solo nella confessione ma anche nella comunità che ci accoglie così come siamo, questa esperienza di essere perdonati ci spinge a perdonare anche gli altri.
E quando non riesco a perdonare la strada che Gesù ci ha indicato – la luce di Cristo che ci illumina – è: pregate per i vostri nemici. Quando c’è qualcuno che non riesci a perdonare, cioè il nemico, prega per lui. Se inizi a pregare per chi ti ha ferito, vedrai che prima o poi anche lo perdonerai.
Anche rispetto ai ragazzi, ai più giovani è importante che noi li guardiamo così, senza paura che sbaglino, che pecchino. Cristo è venuto a liberarci dal peccato. Avere questo sguardo di misericordia non significa che se uno fa il male non glielo devi dire, ma che uno senta, dentro questo giudizio, anche il fatto che si può ricominciare sempre. Anzi, il cristianesimo consiste, dal punto di vista morale, nel ricominciare ogni giorno, perché ogni giorno finiamo la giornata da peccatori e ogni giorno ricominciamo la nostra strada di conversione.

Domanda: Madre Monica parla di casa del perdono. Talvolta nella comunità o in famiglia non è così. Ci si sente non capiti e ignorati, per cui si conclude di implicarsi altrove. Come amare di un amore di redenzione quando capita di sentirsi così, cioè alla fine soli? Ho bisogno di un piccolo luogo, un gruppetto in cui rifocillarmi, star bene per poter poi amare e sopportare…

Don Attanasio: Capita di non sentirsi capiti e ignorati.

Sul non sentirsi capiti, talvolta dobbiamo provare noi a cercare di spiegarci. Talvolta ci sentiamo ignorati, succede.
Questa esperienza della delusione delle persone che ci stanno vicino, della delusione degli amici, a mio parere è un’esperienza fondamentale nel cammino cristiano, perché è l’esperienza che ci aiuta ad alzare gli occhi al cielo. Se io mi sentissi sempre capito dai miei confratelli, non capirei perché avrei bisogno di Dio. E se mi sentissi sempre capito dai miei confratelli, perché avrei bisogno degli altri?
I miei confratelli mi capiscono su certe cose, altri mi capiscono su altre.
Anche andare altrove talvolta è utile, non ci vedo niente di male. Ovviamente nel matrimonio no…
O meglio, nel matrimonio a volte uno ha bisogno di parlare con un amico perché la moglie non lo capisce, e la moglie ha bisogno di parlare con un’amica perché il marito non la capisce. È un dato che abbiamo riscontrato molte volte. Il primo punto che vorrei dire è vedere questa negatività come qualcosa di positivo, come un’occasione di rivolgersi a Dio. Nessuno di noi si conosce fino in fondo, l’unico che ci conosce fino in fondo è Dio. Diceva sant’Agostino: “Più intimo di me stesso è Dio.”
Se noi non arriviamo a questo punto non troveremo mai pace.
Questo amore di Dio che si vive nella preghiera non toglie il fatto che noi siamo chiamati a vivere sulla terra con dei fratelli. Dobbiamo farci aiutare da altri: è utile avere un piccolo gruppo di fraternità con la moglie o il marito, perché in 12 anni di esperienza in parrocchia abbiamo visto che quando le coppie parlano con altre coppie e si aiutano in un cammino, capiscono che le difficoltà ce le hanno tutti, che queste difficoltà si possono affrontare perché sentono i consigli degli altri, e tutto questo fa andare avanti. Se prima ci si sentiva non capiti e ignorati, a un certo punto può rifiorire l’amore di un tempo e chi sembrava ignorarci e non capirci, ci capisce di nuovo e non ci ignora.
Invece il bisogno di piccoli gruppi dove rifocillarsi è una cosa molto buona, l’abbiamo detto più volte, soprattutto nelle città grandi dove è difficile vivere i rapporti. Legarsi con qualcuno, fare un cammino di fede insieme, è un aiuto enorme: è qualcosa di bello e molto utile che noi sacerdoti desideriamo aiutare per quanto ci è possibile.

Domanda: Negli ultimi tempi sono sempre più attirata e affascinata da Gesù, che mi guida e mi parla in tanti modi, mi conduce come maestro e pastore. Sento più distanti e meno efficaci i maestri umani, che pure sono necessari.

Don Attanasio: Se il Vangelo ti parla è la grazia dello Spirito Santo, non c’è che da ringraziare. I maestri umani servono a entrare più in profondità nelle scritture, nell’insegnamento di Cristo, dove da soli non riusciremmo ad arrivare. Nella mia esperienza personale, ascoltare i maestri umani della tradizione, ma anche tanti altri, mi ha permesso comprendere maggiormente. In questo senso vedo la tradizione della Chiesa come un fiume che ci fa entrare più in profondità nelle scritture e ci impedisce letture unilaterali, che possono accadere, anzi accadono, quando leggiamo da soli. Le due cose non le vedo in antitesi. Non c’è niente che parla di più della scrittura. Tutti i maestri umani devono aiutarci a entrare più a fondo nella scrittura.
Questo è un criterio di discernimento. Senza questi maestri, attraverso cui attingiamo alla grande tradizione della Chiesa, rischiamo di perderci dei pezzi importanti di Cristo, perché la nostra visione è breve, mentre la visione che attinge alla tradizione è molto ampia.

Domanda: Hai detto durante la lezione che san Paolo amava in modo intenso quelli che poi a un certo punto doveva lasciare perché partiva per una nuova terra di missione. Che cosa vuol dire per un cristiano amare in modo intenso?

Don Attanasio: san Paolo non era un professore che faceva delle lezioni sulla scrittura ad allievi in maniera distaccata, non faceva la sua ora in sinagoga e poi se ne tornava a casa.
Viveva con le persone a cui insegnava, si affezionava a loro. Dava un insegnamento, ma questo insegnamento era carico di affetto per le persone a cui parlava. Le amava veramente, così che questo suo insegnamento potesse veramente raggiungerle. Per essere un buon insegnante bisogna sapere cosa si insegna, ma occorre anche amare gli alunni. Lui non solo insegnava, ma con loro formava una comunità. Se vivi con delle persone per tre anni, ti leghi a loro, quando devi lasciarle è un distacco. Infatti, tutti piangono quando parte.
Viveva un amore carico di affezione ma nella verità – ovvero quando sbagliavano non diceva: “Va bene, continuate a litigare tra di voi.” Ma: “Perdonatevi.” Viveva questo amore come uno spalancarsi verso l’eterno. Il rapporto con quelle persone che incontrava erano l’inizio di un legame eterno. Tant’è che poteva lasciarle senza paura di perderle.

Don Paolo: C’è una frase che ci disse una volta don Massimo, il fondatore della Fraternità San Carlo, mentre eravamo in seminario, che mi è tornata in mente in questi anni di missione. “Missione non è solo dire all’altro ‘Dio ti ama’. Missione è anche dire all’altro ‘io ti amo e voglio implicare la mia vita con la tua’.” Questo fa tutta la differenza del mondo. Ora, non è che io vado a dire ai ragazzi “ti amo”, ci mancherebbe. Però quanto è importante questa implicazione, ad esempio con i figli! Quando un figlio diventa adolescente, ha un grande valore non dire solo che cosa è giusto e che cosa è sbagliato, ma decidere di fare le cose che piacciono a tuo figlio, non solo quelle che piacciono a te, passare del tempo con lui. Nel mio caso dire a un ragazzo “Io voglio implicare la mia vita con la tua” vuol dire: “Io vengo con te, mi appassiono delle tue passioni, vado a fare anche delle cose che magari non ho voglia di fare, lo faccio per stare insieme a te e poi, attraverso quel rapporto, ti porto dentro una comunità cristiana più grande del rapporto tra me e te, e camminiamo assieme.” E lo faccio con la mia umanità, come sono capace. Non perché devo portare la persona a me, il figlio a me, ma perché lo voglio portare all’incontro con il vero Padre. Questa frase “Missione non è solo dire ‘Dio ti ama’, ma ‘io ti voglio bene e voglio implicare la mia vita con la tua’”, per chi ha dei figli nell’età adolescenziali fa tutta la differenza del mondo.

[1] Lc 6, 39
[2] Gv 8, 12
[3] Atti 20,20
[4] Atti 20,22
[5] Atti 20, 38
[6] Col 3, 1-2
[7] Susanna Tamaro, “Il cuore, un mistero. Riprendiamocelo” Corriere della Sera 17 ottobre 2025
[8] Col 3, 12-13
[9] Madre Monica della Volpe, Fraternità e Amicizia cap 4 pag 45
[10] Tempo di oggi, tempo della nostra fede, in Noi delle…, p. 247.

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Parrocchia Santa Giulia
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