L’umiltà
Questi incontri vogliono essere prima di tutto un dialogo tra di noi, cercando insieme di seguire il Signore, per questo sono molto importanti le domande che mi fate. Durante l’incontro non ho tempo di rispondere a tutte, ma le tengo presenti negli incontri successivi. È un dialogo che va oltre a questo incontro specifico, è un dialogo che facciamo quando ci incontriamo per strada, quando mangiamo insieme, quando ci prendiamo del tempo per stare insieme.
Vorrei iniziare con una domanda fatta la volta scorsa. Mi sembra molto utile, esprime un’esperienza che fanno in tanti:
«A volte vivo l’educazione dei figli con l’ansia da prestazione e con la pretesa che loro siano e si comportino come voglio io. La maggior parte delle volte non succede così e questo mi mette molta tristezza. Cosa aiuta a stare con loro, e quindi a educare, non con l’ansia da prestazione ma con amore vero che accetta anche le disfatte?»
Quest’ansia da prestazione è qualcosa che si vive molto nel mondo di oggi. Non riguarda solo il rapporto con i figli, riguarda anche il rapporto che viviamo con il lavoro, con i colleghi, e che i ragazzi sentono tanto a scuola. Abbiamo una pressione sociale che ci spinge a cercare sempre di essere i migliori e questo non ci fa stare bene.
Per rispondere a questa domanda devo introdurre la parola di cui vorrei parlare questa sera, la parola umiltà. L’umiltà è qualcosa che riguarda tutti e riguarda tutte le epoche. Non è un problema della società prestazionale di oggi. I discepoli, che vivevano in Palestina 2000 anni fa, avevano anche loro l’ansia di prestazione, volevano essere i migliori discepoli del mondo. Quelli più vicini a Gesù volevano essere i top, come Giovanni – mettici uno alla tua destra, uno alla tua sinistra, perché noi dobbiamo essere i top. È qualcosa che riguarda tutte le epoche, qualcosa di profondo. Un’altra domanda che mi avete fatto è altrettanto importante:
«Come amare, liberi dall’esito del risultato che abbiamo in mente, senza scoraggiarci mai?»
Se siamo umili, non ci scoraggiamo perché siamo consapevoli della nostra debolezza. L’umiltà ci permette di ripartire sempre, di non essere risucchiati nella mentalità prestazionale che ci avvolge. Cerchiamo allora di fare qualche passo per approfondire questa parola, umiltà, che riassume tutto il cammino cristiano.
1 Cosa l’umiltà non è
Di fronte alla parola umiltà, prima di scoprirne la bellezza – Gesù e il Nuovo Testamento la ripetono tante volte come centrale, come importante – avevo una ribellione. Se io adesso vi dico “dovete essere più umili con i vostri figli” in molti di voi penso nasca una ribellione, perché l’umiltà è confusa con tante cose che non sono umiltà: la paura di sbagliare, la paura di dire la verità – Gesù che è l’umiltà in persona non ha mai avuto paura di dire quello che riteneva giusto. L’umiltà non è il complesso di inferiorità: ho studiato poco, l’altro ha studiato tanto, allora io valgo di meno. L’umiltà non è seppellire i propri talenti: abbiamo parlato in un’altra lezione della parabola dei talenti, Gesù ci invita a donare i nostri talenti agli altri, a giocarli sulla scena del mondo, non ci invita a seppellirli. Dio ci chiama a mettere tutti i doni che abbiamo, tutte le sfumature della nostra personalità al servizio del Regno di Dio. L’umiltà non è nascondersi, l’umiltà non è neanche essere stupidi. L’umiltà non è l’irresponsabilità: sono umile, allora non guido la parrocchia; sono umile, quindi non indico ai miei figli una strada. Sei il padre, sei la madre, hai una responsabilità, devi indicargli una strada. Inoltre, dobbiamo accettare che, se ami una persona, è impossibile non farti un’immagine di quale sia il suo bene. Se vuoi bene a tuo figlio è naturale desiderare che vada bene a scuola. Ma magari Dio lo chiama a fare un’altra cosa, per cui l’andare bene a scuola non è così decisivo. Il problema non è l’immagine che ti fai, ma se tu – orgogliosamente – rimani attaccato a quell’immagine. L’orgoglio è “io so che cosa mio figlio deve essere” e non mi stacco dalla mia idea. Questa posizione ci può accompagnare pure quando diventiamo nonni, quando i nostri figli sono cresciuti e noi continuiamo a lamentarci perché i figli non fanno quello che vorremmo noi. Analogamente, se sono un figlio e sono orgoglioso, mio padre e mia madre devono essere come dico io. Se rimango bloccato in questo, posso non riappacificarmi mai con loro. Tutto questo ci fa soffrire, corrode i legami d’amore, e va a corrodere proprio i legami d’amore più profondi che abbiamo e che ci sostengono.
Quando pensiamo all’umiltà non dobbiamo pensare alle immagini che ce ne siamo fatti, ma dobbiamo guardare a Gesù, è Lui l’umiltà.
2 I frutti dell’umiltà
La pace
Siccome diventare umili è assai difficile, dobbiamo cercare di vedere perché è per noi conveniente. Se mio figlio non fa quello che voglio, se mio marito o mia moglie non fa quello che voglio, mi arrabbio e mi rattristo. Perché? Perché sono convinto che quello che io penso che debbano fare sia il meglio. Un santo invece dice:
«L’anima dell’umile è come un mare; se uno butta un sasso nel mare, la superficie dell’acqua si muove per un attimo, poi esso sprofonda nell’abisso. Così ogni pena è sommersa nel cuore dell’umile; perché in lui abita la forza di Dio» (Silvano del Monte Athos, in Mistici russi, a cura di Divo Barsotti, p. 106)
Se sono orgoglioso e il parrocchiano non mi obbedisce, rimango turbato per tre giorni. Se sono umile e il parrocchiano non mi obbedisce, rimango in pace. L’umiltà è la sola strada per trovare la pace.
La conoscenza
L’umiltà è anche la unica strada per scoprire cose nuove. Una delle cose più belle della mia vita sacerdotale, e ancor più adesso come parroco, è che mi devo anche occupare degli stabili e di tante cose, devo parlare con tante persone diverse, con l’architetto, con l’ingegnere, con chi fa i bilanci, oltre ai tanti dialoghi che mi capita di fare con le persone a tavola, così imparo sempre cose nuove. Quando sono chiuso in me stesso, ripiegato orgogliosamente su quello che ho io in testa, non incontro veramente le persone e non imparo niente di nuovo. Invece il gusto nella vita è imparare cose nuove.
La vita comune
L’umiltà è il fondamento della vita comune.
“Mi hai trattato male? ciao, ti taglio fuori”. “Non mi capisci? ciao, ti taglio fuori”. “Non fai quello che voglio? ciao, ti taglio fuori”. Alla fine, rimani da solo.
Invece l’umiltà è: uno mi ha trattato male? Io perdono. Quel legame non finisce. Uno non mi capisce? forse non sono riuscito a spiegarmi, mi capirà domani.
San Paolo dice:
«Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil 2, 3)
Io non penso di dover considerare Valerio superiore a me nella conoscenza delle scritture. Ho iniziato a studiarle e a leggere libri di teologia quando avevo 18 anni, ora ne ho 55, è tutta la vita che leggo libri di teologia; quindi di teologia ne so di più, non devo considerarmi inferiore a lui. Però, sul canto lui mi è superiore, ha studiato al Conservatorio, nella vita canta, suona, fa musica. Dentro questa vita comune, anche se io non so cantare bene, il suo canto allieta la mia anima, tanto quanto fossi io il cantante, gioisco, perché lui canta bene. Anche se io sono il parroco, tutti voi avete qualcosa in cui mi siete superiori, e se riesco a vederlo, posso godere di questo che voi avete e che io non ho.
L’umiltà è la porta dell’amore. Dennis ha una capacità organizzativa tedesca superiore a quella italiana. Vedere questa sua superiorità, anche se è un giovane prete e io sono un anziano sacerdote, è un bene per la parrocchia, perché lui certe cose le organizza meglio di me. Poi c’è Joao, che ha un’empatia, una simpatia, una leggerezza nell’affrontare le cose che io non ho. Adesso è arrivato anche don Andrea, lui prega di più di noi. Che bello! Ha anche tante altre doti, ascolto le sue prediche, son belle, imparo. Il consiglio di San Paolo ci fa scoprire che ciò che l’altro ha, e io non ho, nell’amore diventa mio. Pensate ad esempio al gioco del calcio, a chi fa il passaggio al compagno che segna. Lui non prende la gloria, ha l’umiltà di fare il passaggio, la gloria va a chi segna, ma gode lo stesso del gol.
A me piace sempre vedere gli assist, cioè quello che ti dà la palla e ti mette nelle condizioni di segnare. Del gol gode anche chi ha fatto il passaggio, non solo chi ha segnato, gode tutta la squadra.
Tanto più ciascuno di noi cresce interiormente nell’umiltà, sapendo vedere i doni dei fratelli che gli sono messi vicino, tanto più gode di tutti i doni che lo Spirito Santo fa a ciascuno. Tanto più orgogliosamente noi vediamo solo noi stessi, tanto più non godiamo di niente.
La vera grandezza
L’umiltà è ciò che attira la grazia di Dio e questa è la cosa più importante per cui dobbiamo cercare l’umiltà. Dio resiste sempre ai superbi e dà la grazia agli umili. Pensate a Maria, Dio ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Perché è beata? perché Dio la guarda. Perché la guarda? Perché è umile. Dice Sant’Agostino:
«Dio è sopra ogni cosa; ti innalzi e non lo tocchi, ti umili ed Egli stesso discende a te» (Agostino, Enarr. in ps. XXXIII, sermo II, 23, CCL XXXVIII, 296)
Dio è sopra ogni cosa – nessuno lo vede, nessuno lo può gestire come una cosa – ti innalzi – io sono un grande, io devo essere performante, io devo essere il migliore, la migliore mamma, il miglior papà, il migliore nel lavoro – ti innalzi e non lo tocchi, ti umili ed Egli stesso discende a te. Quale grazia più grande che essere pieni di Spirito Santo, che essere toccati dalla grazia di Dio. Ma la strada qual è? L’umiltà.
3 Alcune strade dell’umiltà
Se anche per pochissimo sono riuscito a farvi nascere il desiderio dell’umiltà, che è la porta dell’amore – quando io vedo solo me stesso soffro di solitudine, invece entro nell’amore quando umilmente mi apro agli altri perché ho bisogno di loro, ho bisogno di Dio – allora dobbiamo individuare insieme delle strade possibili affinché l’umiltà possa diventare una strada possibile per noi.
Guardiamo la bellezza dell’umiltà di Gesù, il figlio di Dio che venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto. Se non hanno accolto il figlio di Dio e non hanno fatto quello che diceva, perché noi ci arrabbiamo così tanto se i nostri figli non fanno quello che vogliamo noi?
Però come si fa a essere umile? Io voglio essere il primo, non l’ultimo. Ho un desiderio di performance che è profondamente radicato, dall’infanzia. Fin da piccolo, quando perdevo giocando a tennis col mio amico del cuore Roberto, lanciavo per ira la racchetta sul campo. Perché? Perché non ero il number one. Fin da piccolo c’era l’ansia di prestazione, c’era il desiderio di essere vincente. È profondo questo desiderio di emergere. È bello dire “dobbiamo essere umili”, “imparate da Gesù”, ma come facciamo?
Indico tre strade semplici, possibili a tutti.
Il bello
Se guardiamo il mare, l’orgoglio passa subito. Lo stesso accade davanti alla bellezza della liturgia: quando siamo tutti insieme a cantare durante la messa l’orgoglio sparisce, perché siamo rapiti da una superiore bellezza. Se ascoltiamo Bach l’orgoglio sparisce, c’è un’armonia infinita di suoni, di tonalità che ci supera infinitamente. Come dice il Salmo:
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi? (Sal 8, 4-5)
Basta alzare lo sguardo alla bellezza delle montagne – in questi giorni innevate – alla fine dei viali di Torino, l’orgoglio passa subito. C’è una bellezza che ci precede, ci supera, ci è donata gratuitamente.
Alcuni di voi, dopo questi incontri, si trovano a parlare delle cose che diciamo, a dialogare in piccoli gruppi dove si aiutano. Una di voi, a uno di questi incontri, ha detto:
«Per me è una grazia enorme che la Chiesa sia aperta tutto il giorno, ci entro, magari solo per dieci minuti. L’adorazione – cioè stare di fronte alla grandezza di Gesù che se ne sta lì, umilmente chiuso nel tabernacolo, aspettando che qualcuno lo vada a trovare – ha cambiato totalmente il mio sguardo sulle cose, ciò che non potevo cambiare mi faceva rabbia. – Il figlio non lo puoi cambiare, il marito, il padre, la madre. – Invece Dio ti mette davanti cose che devi capire – l’umiltà. – Mettere davanti a tutto e innanzitutto Cristo, al mattino dire a Cristo mostrati, fatti vedere – iniziare la giornata non semplicemente per realizzare il tuo progetto, che è pur giusto perché hai un lavoro e devi organizzarti – ma innanzitutto la prima preoccupazione è diventata custodire nel mio cuore Cristo, almeno dieci minuti se sono stanca non importa. Mi aiuta tantissimo il servizio – l’umiltà – dare senza pretendere è uno svuotarsi per riempirsi.»
L’adorazione è mettersi davanti alla grandezza dell’umiltà di Gesù, di Dio che si fa pezzo di pane per venire ad abitare in noi.
Durante la Settimana Santa contempleremo il Figlio dell’Uomo che non ha né apparenza né bellezza, e in questo suo donarsi totale, in questa sua umiltà totale, risplende la nascosta gloria di Dio. Questa è una strada possibile per tutti, stare davanti alla bellezza della vita di Gesù e dei santi.
Il corpo
Un’altra strada facile per tutti per avvicinare l’umiltà è il corpo. Essere sempre performanti, dinamici, creativi, ha un prezzo. Siamo sovraccarichi, avviliti, depressi, stanchissimi, ansiosi. E trasmettiamo le nostre ansie a chi ci circonda. Ho citato l’anno scorso lo psichiatra Vittorino Andreoli che ha detto: “siamo nella democrazia della paura e ci trasmettiamo l’ansia”. Che cosa ci aiuta a rientrare nell’umiltà? Il fatto che abbiamo un corpo e questo corpo deve mangiare – non è un caso che ora siano così diffusi i disturbi alimentari – questo corpo deve riposare, questo fratello corpo, come lo chiama San Francesco. Una strada dell’umiltà è imparare ad ascoltare il nostro corpo, imparare a non forzarlo. La società tecnologica è una società spiritualistica, noi pensiamo di sganciarci dal corpo, ma la nostra anima è dentro un corpo, non può staccarsi. Io a 55 anni non posso fare la vita del ventenne. Il corpo ci aiuta a ricordare che abbiamo un’origine, abbiamo dei limiti, dipendiamo da uno più grande di noi. Allora dobbiamo amare questa nostra corporeità. Devo accettare che alla sera devo staccare, non posso essere sempre connesso. C’è un bellissimo brano di Etty Hillesum tratto dal suo diario:
«Credo che molti stringano una parte della giornata in avidi artigli persino di notte. Ci dovrebbe essere un atto di cedimento e rilassamento ogni sera: lasciare andare il giorno, con tutto quello che contiene. E congedare tutto ciò che non si è riusciti a concludere e dovere in quella giornata, sapendo che arriverà un altro giorno. Si deve, per così dire, attraversare la notte con mani vuote e aperte, mani dalle quali si è lasciato andare volontariamente il giorno. E solo dopo si può davvero riposare. E in quelle mani riposate e vuote, che non hanno voluto trattenere nulla, e nelle quali non c’è più alcun desiderio, ognuno di noi, al risveglio, riceve un nuovo giorno» (Etty Hillesum, Diario, 17 giugno 1942)
Il peccato
L’ultima strada all’umiltà che voglio indicare questa sera è il peccato.
Io devo educare mio figlio, devo dargli l’esempio. Io sono il parroco, devo darvi l’esempio. Devo insegnare l’umiltà, perché è la strada che Gesù ci ha indicato. L’umiltà è il riassunto di tutto il cammino cristiano, è la porta dell’amore, perché uno può avere i carismi più alti e poi dire che gli altri non valgono niente e finisce per sciupare con la vanagloria anche il suo carisma. San Paolo dice che è bellissimo aspirare ai carismi più alti, però ci mostra una via migliore: la carità è paziente,… è benigna, non si vanta, non si gonfia. “Ma io so parlare”. Bene, metti questo dono al servizio degli altri, non pensarti per questo superiore, altrimenti rovinerai tutto.
Io sono il parroco, devo indicarvi la strada di Gesù, devo indicarvi la strada dell’umiltà, che è il riassunto della vita cristiana. Ma poi… poi sono orgoglioso, mi arrabbio, tratto male una persona, un’altra non la valorizzo. Perché? Perché sono un peccatore. Tu sei il padre, sei la madre, devi indicare la strada, devi indicare l’ideale a cui dobbiamo tendere. Lo indichi, e tuo figlio ti dice “però tu non ti comporti così”. Sì, perché sono un peccatore, e mi devo confessare. Se non mi comporto secondo l’ideale che voglio seguire, riconosco che sbaglio.
Tutta la paura di sbagliare nasce dall’orgoglio. Io sbaglio spesso quando dico la messa, prima quando mi succedeva mi vergognavo. L’umiltà è riconoscere che è normale sbagliare. E Dio comunque passa lo stesso. Che grande libertà quando riesco a essere umile, quando lo Spirito Santo mi dona la grazia di esserlo!
Mi sforzo di amare tutti ed è giusto che io lo faccia, ma alcune volte non ci riesco. È il peccato. Allora c’è la confessione. Questo si riannoda alle cose che ci siamo detti nella lezione sul figlio prodigo: quando ci lasciamo riabbracciare da Gesù Lui ci accoglie anche se siamo dei peccatori. Gesù non giustifica il nostro peccato, ma ci abbraccia quando lo riconosciamo, ci ridona la grazia di essere figli amati, quando nell’umiltà riconosciamo il nostro peccato. E così possiamo ricominciare sempre.
I nostri figli non hanno bisogno di vedere genitori perfetti, hanno bisogno di vedere genitori umili che riconoscono i propri errori e che ricominciano sempre in forza dell’infinita misericordia di Dio. Ricominciare sempre, è la cosa più bella del cattolicesimo, che ha la confessione. “Mi posso confessare, e allora faccio tutto quello che voglio”. No, perché provo dolore quando tratto male una persona, il peccato mi fa stare male, non è che siccome c’è la confessione allora desidero il male, però certe volte cado. Il Salmo dice il giusto cade sette volte al giorno, figurarsi noi che non siamo giusti.
L’anno prossimo torneremo sull’umiltà e sul suo contrario – l’orgoglio – e potremo vedere la pazienza e il contrario della pazienza – l’ira. Potremo vedere insieme queste cose, perché vogliamo entrare nella pace che Gesù ci ha promesso: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore e troverete riposo per le vostre anime. Sarete finalmente in pace, non sarete sempre in ansia, sarete meno arrabbiati ed è questo che noi cerchiamo.
Voglio concludere con questa preghiera perché, quando parlo dell’umiltà, so bene di esserne molto lontano:
«Pregate per me, o santi tutti, affinché la mia anima impari l’umiltà di Cristo, perché lo desidera. Ma io non posso raggiungerla, e perciò la cerco piangendo, come un bambino che ha perso la mamma» (Silvano del Monte Athos, in Mistici russi, a cura di Divo Barsotti)
L’ho persa da piccolo, l’umiltà, ma so che è la strada della pace, dell’amore, della gioia.
Domanda Per me mettermi al servizio dei figli e del marito è una gioia, ma quando mi accorgo che questo fa sorgere in loro una pretesa, mi domando se fa bene questa mia gratuità. Mi potresti dire qualcosa?
Risposta Sentirci addosso una pretesa non ci fa stare bene, è una cosa che vivo anch’io come parroco. La pretesa diventa per me pesante quando non sono radicato nell’amore di Dio. Se qualcuno pretende da me una cosa che non posso dargli non gliela do, ma riesco a farlo liberamente solo quando sono radicato in Dio, altrimenti l’eccessiva dipendenza dal riconoscimento degli altri non mi fa essere libero.
Bisogna anche domandarci se forse non abbiamo viziato i figli e il marito e, quando veniamo meno, loro hanno “la crisi di astinenza” o non sanno muoversi autonomamente.
Dobbiamo inoltre domandarci qual è il vero bene di mio marito e dei miei figli. Faccio un esempio. Lo studio “Per una primavera demografica”, promosso dalla fondazione Magna Carta, sulle ragioni per cui i giovani fanno così pochi figli ha messo in evidenza che non c’è solo il problema economico e della sicurezza del lavoro. Soprattutto gli uomini non fanno figli perché hanno paura della responsabilità. Allora mi domando: non è che questi figli li proteggiamo troppo? Non è che abbiamo paura di dar loro le responsabilità?
Faccio un altro esempio, in ambito parrocchiale. Due anni fa, ho iniziato a dire: “la comunità sta crescendo, noi preti non possiamo essere sempre presenti in questi gruppetti di famiglie che sono nati, iniziate a trovarvi tra voi”. All’inizio c’è stata una resistenza, perché uno era abituato ad avere il sacerdote che guidava, però chi ha accettato di fare questa strada è cresciuto in una responsabilità personale.
Allora quando ci sentiamo addosso una pretesa, innanzitutto domandiamoci, “la consistenza della mia vita è nel riconoscimento che mi dà il marito, la moglie o i figli? o nel fatto che io sono davanti a Dio e cerco di fare quello che Lui mi chiede?” E non penso che Dio ci chieda delle cose al di sopra di quello che possiamo fare. Solo questo ci rende liberi.
Poi domandiamoci: “qual è il bene delle persone con cui vivo?” Magari il figlio sta passando una situazione di difficoltà e in quella pretesa c’è dentro una richiesta d’aiuto. E io, come mamma, come papà, non posso non rispondere, devo lasciare perdere per un attimo altre preoccupazioni. Magari, invece, è viziato e deve fare un passo che lo fa soffrire. Staccarsi dal genitore che protegge, accoglie, è duro per tutti, ma è inevitabile se si vuole crescere. Freud diceva: “l’uomo è gettato fuori dal ventre materno troppo presto” per dire che è una sofferenza uscire fuori, dato che lì al caldo, con temperatura costante si sta abbastanza bene – anche se ad un certo punto in realtà il bambino vuole uscire.
Le risposte alle domande, senza una riflessione previa, sono un cammino che facciamo insieme, non sono risposte sistematiche ed esaustive, ma degli spunti di riflessione.
Domanda Spesso faccio fatica non solo a vedere i doni degli altri, ma anche i miei doni. Vedo i miei difetti, i miei limiti e questo mi chiude in me stessa. Come uscirne?
Don Paolo Io ho fatto questo cammino in due direzioni. Innanzitutto ho fatto un cammino su di me, e ho avuto bisogno di qualcuno che mi facesse notare i miei doni perché, forse ancora troppo giovane, non riuscivo a vederli. La vita comune in casa fa venir fuori tutti i limiti tuoi e dei tuoi fratelli, ma fa venir fuori anche quello in cui tu sei più bravo rispetto agli altri. Se vivi da solo hai due possibilità, o dici che non sai far nulla, oppure credi di essere il migliore di tutti e questa non è una giusta immagine di noi stessi. Invece, attraverso la comunione, attraverso la vita comune, ho imparato ad avere una giusta percezione di me stesso, i miei doni e i miei limiti. Quindi ciò che mi ha aiutato a vedere i miei doni e i miei limiti è stata innanzitutto la vita comune.
La seconda cosa che mi ha aiutato è stato il rapporto con una persona più matura di me che ha avuto il coraggio di dirmi “tu su questa cosa sei bravo”, “tu questa cosa la puoi fare”, “tu hai la possibilità di prenderti questa responsabilità”.
La terza cosa che mi ha aiutato molto è stato prendermi tempi di preghiera e di silenzio, soprattutto quando venivano fuori le mie sconfitte. Quando le cose vanno bene ti esalti e dici “sei un grande”. Quando le cose vanno male ti abbatti e senti il bisogno di ritornare da Gesù e dire “ma io sono questa sconfitta? sono questa delusione?” Nel silenzio sono riuscito a ritrovare le giuste dimensioni di me stesso. Direi però che non è stata la strada principale, perché nel silenzio, nella meditazione puoi costruirti tante immagini di te stesso, invece con un fratello, con un padre non succede.
Poi ho fatto un altro cammino. Nel rapporto, ad esempio con i giovani, non c’è cosa più bella dello scoprire i talenti che Dio ha messo nelle anime dei ragazzi. Io vi assicuro che una delle cose più belle dell’essere sacerdote è veder fiorire i talenti che ci sono nelle anime dei giovani. Se io ho uno sguardo su di me in cui l’accento è sul limite, su ciò che non so fare, sulla delusione, io ce l’avrò anche sui giovani che ho accanto. Se invece io mi porto dentro uno sguardo equilibrato, lo sguardo di un padre che sa riconoscere i doni, io lo riesco a trasmettere anche agli altri. Proprio ieri un ragazzo mi diceva demoralizzato “Mi sembra che da quando sto crescendo non so fare più niente, sbaglio tutto, deludo tutti, ma allora io non valgo proprio niente” e ho dovuto far ricorso a tutte le energie interiori per dirgli “Tu non sei la sconfitta, tu non sei l’errore che fai” e star con lui e vedere le cose in cui è bravo.
Arrivare a una giusta percezione dei miei doni, dei miei limiti, è un lavoro che ho dovuto fare su di me e ho detto le tre esperienze che mi hanno aiutato. Ma è anche vero che, come educatore, io non posso avere sui miei figli spirituali questo sguardo che sa riconoscere i doni se innanzitutto non ricordo chi quello sguardo l’ha avuto con me.
Don Attanasio Oltre quello che ha detto Paolo, che è molto utile, aggiungo: sappiate che il demonio esiste. Il demonio ci tenta, quando noi diciamo di non valere niente è un pensiero che viene dal diavolo. Dobbiamo fare una lotta contro questi pensieri.
Domanda Mi accorgo di essere più predisposta ad essere umile quando sono certa di essere voluta bene da Dio così come sono. Se poco poco me lo dimentico, ritorno orgogliosa perché penso che ciò che faccio mi determini. Mi puoi aiutare su questo?
Risposta Nella regola di San Benedetto, capitolo 7, il primo grado dell’umiltà è il timore di Dio, ovverosia la scoperta di essere sotto il Suo sguardo. La persona che ha fatto questa domanda – non so se ha letto la regola di San Benedetto – guardando la sua esperienza, è arrivata alla stessa conclusione di San Benedetto: il primo grado dell’umiltà è riconoscere di essere sotto lo sguardo di Dio che mi ama. Segno inequivocabile di questo amore è che non mi ha lasciato da solo, mi ha messo di fianco dei fratelli, mi ha donato una casa.
«Se poco poco me lo dimentico ritorno orgogliosa perché penso che ciò che faccio mi determini». È così. Infatti, sempre San Benedetto dice: “per vivere l’umiltà dobbiamo fuggire la smemoratezza”. Cosa è la smemoratezza? È la dimenticanza di essere voluto e amato da Dio. La smemoratezza mi porta nell’orgoglio perché, quando mi dimentico di essere voluto e amato da Dio, ciò che mi determina è la mia riuscita in quello che faccio e non l’essere amato. È dalla consapevolezza di essere amato e voluto da Dio che nascono le opere buone. Madre Teresa di Calcutta passava delle ore al mattino in adorazione e poi andava a fare la sua opera, che era lo strabordare di questa scoperta di essere amata, voluta.
Ritorniamo orgogliosi, è così. Il primo aiuto che ti posso dare è di accettare questo. Quando io prego, consapevole di essere sotto lo sguardo di Dio, ogni pensiero che mi affligge fugge, ogni preoccupazione fugge. Però tante volte non ci riesco. Anche se ho lì il libretto dei salmi, sono tutto preso dalle mie preoccupazioni, sono orgogliosamente preso dalla mia preoccupazione. Va bene, cerchiamo di fuggire la smemoratezza. L’eucarestia è il memoriale. Perché facciamo la messa? Fate questo in memoria di me, fate questo in memoria dello sguardo che ho verso di voi, dello sguardo che Gesù ha avuto per il ladrone, che solo all’ultimo istante gli chiede: «ricordati di me quando sarai nel tuo Regno» e Lui risponde: «oggi sarai con me nel Paradiso». È la memoria di questo sguardo di Gesù che ci ama non perché non abbiamo sbagliato, non perché riusciamo, non perché ci siamo ricordati di Lui, ma perché Lui è amore.
È importante non scandalizzarci di questa dimenticanza, di questo orgoglio – ce l’abbiamo dentro – ma iniziare a sperimentare che quelle poche volte che ci ricordiamo di essere amati da Dio e dai fratelli, noi rinasciamo; guardiamo a questo, non alle nostre cadute. Nel tempo, a seconda della nostra libertà, a seconda del disegno di Dio, a seconda del fatto che accettiamo di avere un momento nella giornata in cui ci fermiamo – come abbiamo ascoltato nella breve testimonianza che prima ho letto – per rientrare nella memoria di essere amati così come siamo da Dio, piano piano ciò che diventa usuale non è più la distrazione, la smemoratezza, ma la memoria. Però ci vuole tempo perché siamo disabituati a questo e dobbiamo piano piano, ogni giorno, mettere un tassello.
Domanda Noi abbiamo bisogno di essere riconosciuti da chi ci sta accanto – anche dai nostri figli – e per farlo, spesso cerchiamo di affermarci e diventiamo orgogliosi. Dobbiamo essere molto sicuri di noi stessi per essere umili, ma se non lo siamo?
Risposta La norma non è essere umile, è essere orgoglioso.
Pensiamo agli apostoli. Sono stati tre anni con Gesù. Lui dice “sto andando a morire per voi”, “sto andando a morire per la salvezza del mondo” e Giacomo e Giovanni, spinti dalla superbia della madre, ma anche essi stessi presi dall’orgoglio, gli vanno a chiedere – di nascosto dagli altri – di essere uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra nel Regno. E come reagiscono tutti gli altri discepoli? Si arrabbiano, perché neanche loro erano umili. Se fossero stati umili avrebbero detto “siete migliori di noi, fate il ministro degli Esteri e il ministro degli Interni, Gesù fa il capo e noi facciamo il resto del governo”. Invece si sono arrabbiati perché volevano essere loro il ministro degli Esteri e il ministro degli Interni.
Quindi noi dobbiamo sapere che l’umiltà è difficilissima da vivere, che l’orgoglio è la radice di ogni male e per sradicarlo è necessario un cammino di conversione di tutta la vita. I discepoli avevano davanti l’umiltà in persona, il figlio di Dio, e dopo tre anni con Lui erano ancora lì, bloccati, volevano essere i migliori, volevano essere loro al governo. Ma Gesù quando succede questo non si scandalizza, non gli dice “tre anni con voi, ho fallito come insegnante, non sono riuscito a trasmettervi l’umiltà”. Li chiama con umiltà, con pazienza, gli dice, volete essere i primi? volete essere grandi? fate bene. Perché questo desiderio ve l’ha messo dentro il Padre mio. Ma se volete essere grandi, fatevi servi. Imparate da me, che sono il più grande di tutti e mi sono fatto servo di tutti.
Se gli apostoli erano così, noi pensiamo di essere già umili? Dobbiamo guardare Gesù, e con tanta ironia incamminarci verso la strada dell’umiltà che ci rende liberi, perché se non sono umile ho bisogno del riconoscimento degli altri. E quando gli altri non mi riconoscono, sto male. Ma soprattutto, quando non sono umile, se c’è uno che non mi riconosce sto male, ma se ce ne sono altri venti che mi riconoscono non lo vedo, mentre quando sono umile vedo il riconoscimento in un sorriso, in una stretta di mano, in uno che mi fa un favore, inizio a ricordarmi di mio padre e di mia madre che hanno fatto tutto gratuitamente per me, inizio a vedere che c’è tanta gente che fa qualcosa per me. Ci sono tantissime cose che noi abbiamo di cui non ci rendiamo conto. Non dobbiamo scandalizzarci, non ho aspettato di essere umile per fare il prete, non lo sono ancora adesso. Ma in questo servizio che faccio, se Dio vuole, insieme con voi, grazie alle vostre preghiere, forse un passo verso l’umiltà lo riesco a fare perché desidero essere più in pace, perché desidero essere più nella gioia, perché desidero godere di tutti i doni che Dio ha fatto a voi, della vostra compagnia, essendo libero dall’essere riconosciuto.
Tanto più sei libero dal riconoscimento degli altri, tanto più vedrai che c’è gente che ti riconosce perché con un umile tutti vogliono stare. L’orgoglioso che parla di solo di sé stesso e vuole avere tutta l’attenzione per sé, fa scappare la gente. L’umile invece attira.
Ascolta l’audio dell’incontro
