Incontro di alcune famiglie con Mons. Massimo Camisasca
Incontro di alcune famiglie della parrocchia di Santa Giulia con il Vescovo di Reggio Emilia Don Massimo Camisasca – 28 febbraio 2021 (appunti non rivisti dall’autore)
Atta: Ringrazio don Massimo per essere venuto a trovarci. Mentre attendiamo che arrivino tutti, ne approfitto per chiederti: Che giudizio hai sulla situazione che stiamo attraversando?
Don Massimo
Il tempo che stiamo vivendo è più duro di quello che tanti di noi si sarebbero aspettati. Abbiamo tutti confidato che la nottata fosse breve, invece la nottata è lunga. Ed è difficile intravvedere la fine.
Di conseguenza è ancora più acuto il compito di noi cristiani. Dobbiamo essere portatori di una speranza credibile, cioè della speranza che poggia in Dio. Penso che uno degli aspetti più devastanti di questo anno passato sia stato proprio il tentativo di inoculare nella gente l’idea che l’unica speranza possibile sia la scienza, e in questo modo si è alimentato un materialismo che è la causa principale della sindrome depressiva in cui oggi le persone sono collocate.
Il nostro compito è quello di ridare a Dio il suo posto, che non è un posto secondario ma centrale nella vita dell’uomo: solo se c’è Dio sappiamo che c’è un disegno, che pure attraverso le mille difficoltà ci porta verso la luce. Solo se c’è Dio sappiamo di non essere soli. Solo se c’è Dio sappiamo che c’è una mano che ci accompagna, anche attraverso le relazioni all’interno della comunità.
Prevedo mesi difficili, non sappiamo fino a quando perdureranno: forse a settembre sarà possibile determinare condizioni diverse nel lavoro e nella scuola. Certamente i ragazzi e gli adolescenti sono i più provati: è vero che ci sono stati molti morti fra gli anziani, ma la generazione più provata sono i giovani, che hanno vissuto questa altalena continua fra la scuola, in distanza e in presenza, l’impossibilità di giocare, correre, e fare altre cose. Sono profondamente segnati. Per di più molti purtroppo vivono in famiglie che sono esplose o implose in questo tempo, e vivono quindi una duplice difficoltà, con la scuola e con la famiglia.
Dobbiamo aiutare la pazienza e soprattutto stringere relazioni, perché da una parte c’è chi è disperato e dall’altra chi risponde alla disperazione rinchiudendosi in se stesso e confinandosi in un angolo della casa. Tutte e due le situazioni sono molto pericolose.
Adesso lasciamo spazio agli interventi.
Intervento
Io sono in pensione e aiuto la segreteria della parrocchia per gli aspetti tecnici del sito e altre cose di cui c’è bisogno. Ho incontrato i sacerdoti della Fraternità san Carlo fin dal loro arrivo. Sono rimasto sinceramente stupito nel tempo perché ho visto persone molto diverse tra loro per storia, età, estrazione sociale, cultura, tutte colpite e affascinate da una proposta di un cammino spirituale e da un’accoglienza senza preconcetti e preclusione per le differenze di cammini ed esperienze di ciascuno. Poi ho visto nel tempo tante persone che si sono avvicinate a questa esperienza, anche fisicamente, nella frequentazione dei Sacramenti, persone che non venivano in Chiesa hanno iniziato a coinvolgersi, hanno iniziato a frequentare di più i gruppi, l’oratorio, la casa parrocchiale. Ho visto diventare sempre di più la casa parrocchiale una casa per persone molto diverse. E un’altra cosa che mi ha stupito è stato vedere come la preghiera e l’affronto di problemi molto concreti e quotidiani potessero andare insieme. Mi sembra che in questi anni siamo cresciuti molto, abbiamo fatto molti passi avanti, e una prova di questo è la resilienza della comunità parrocchiale di fronte alla pandemia: nonostante le difficoltà siamo andati avanti, abbiamo visto persone crescere che ci sono state di testimonianza.
In questi ultimi tempi Atta ci ha invitati più volte ad aprire le nostre case e a farci carico insieme della missione. Si è parlato molto ultimamente di creare dei focolari e qualcuno ha iniziato a fare timidamente dei passi in questo senso.
Ci sono però delle difficoltà su cui vorrei chiederti aiuto. A me sembra che facciamo ancora fatica a interagire tra noi e creare rapporti che non siano banali tra diverse fasce di età e fra gruppi che hanno retroterra diversi. Facciamo fatica a metterci in una posizione di ascolto in cui si possa imparare da tutti, anche da persone molto più giovani o da chi ha esperienze molto diverse alle spalle. E quindi ti chiedo come possa avvenire in un modo naturale e non forzato questo creare altri focolari, questo allargare le nostre case, altrimenti mi sembra ci sia il rischio di uno sforzo che abbia un respiro molto breve.
Intervento
Parlo a nome del mio gruppetto di famiglie, vorremmo raccontare la nostra storia e poi farle una domanda. Il nostro gruppetto di famiglie è nato intorno ad un’amicizia comune con don Stefano che una sera aveva proposto a tre famiglie di fare un cammino insieme, e poi nell’estate ha proposto a loro e ad una quarta famiglia, la mia, di fare una vacanza insieme. Ed ecco che un gruppetto di persone con un rapporto tra loro solo iniziale o quasi nullo si sono trovate a vivere insieme 10 giorni a strettissimo contatto, con i figli e un prete al seguito. Meta: Mont Saint-Michel. Era l’estate 2018. Oggi siamo ancora insieme e la comunione di bellezza (e di cibo) vissuta insieme in quel viaggio è un punto fermo della nostra amicizia. Cosa ci ha spinto a dire sì a quella proposta? Crediamo due cose: un desiderio di condivisione e di compagnia e un’attrattiva per l’esperienza della Fraternità san Carlo. Ci definiamo gli amici di Stefano. Il don per noi è un padre, ci guida, pur essendo più giovane di tutti, e noi lo custodiamo, un po’ come fratelli maggiori. Ci troviamo una volta al mese, raccontandoci la nostra quotidianità e cercando di scoprire come Gesù la trasforma e come ancora la potrebbe trasformare. Ci sono tra noi tante diversità, anche nel cammino, e questa è una ricchezza per tutti. Scopriamo spesso anche un’unità nell’esperienza. Al termine di ogni incontro sentiamo gratitudine per quest’amicizia che da soli non avremmo saputo costruire e che risponde ai nostri desideri più profondi.
Abbiamo fatto altri viaggi: trattorie romane, Uffizi di Firenze, Vitorchiano. Ultimamente abbiamo anche condiviso serate a tema, con ascolto di musica o lettura di libri.
Recentemente ci siamo anche dati un nome: fraternità di san Michele, in memoria del primo viaggio. E questa parola, fraternità, ora ci sta davanti in modo più esplicito. Domandiamo: qual è il rapporto tra la fraternità e la nostra solitudine? Come può la nostra quotidianità essere più aperta, la nostra libertà essere aiutata nel quotidiano ad aderire a Cristo attraverso le circostanze e attraverso la nostra vocazione matrimoniale?
Intervento
Io faccio parte insieme a mia moglie di un gruppetto di fraternità di Cl, ci troviamo qui in parrocchia con don Stefano periodicamente e partecipiamo anche agli incontri di catechesi della parrocchia. Pensando a questi ultimi anni passati insieme, proviamo innanzitutto una grande gratitudine. È nata e cresciuta un’amicizia vera, sia tra noi che tra i nostri figli, e non è scontato che anche tra i ragazzi nascano rapporti significativi. Siamo coscienti di trovarci in una strada buona, che porta frutti e ci sostiene.
Parlando tra di noi sono ultimamente emerse alcune questioni su cui chiederemmo un aiuto. Spesso viviamo le circostanze ordinarie con il desiderio di poter fare qualcosa di buono e di avere un compito grande, ma la vita frenetica di tutti i giorni (lavoro, smart working, gestione famigliare) a volte sembra non lasciare spazio a queste aspirazioni. Sentiamo come uno stridio sul fatto di vivere le incombenze quotidiane come se fossero qualcosa di grande senza per questo autoconvincerci che lo siano davvero.
E ancora: cosa ci è chiesto in questo momento storico particolare come cristiani e come fraternità?
Don Massimo
Penso che questo anno abbia fatto venire a galla la superficialità della fede. In nessuna epoca della Chiesa è chiesto che tutti abbiano una fede eroica e nessuno può misurare la temperatura della propria fede e quella degli altri. Allo stesso tempo è vero che la paura e l’innaturalità della vita che si è condotta durante quest’anno ha rinchiuso molti nelle loro case, portandoci necessariamente ad una radicalità di sguardo sul presente. Quello di cui adesso dobbiamo interessarci è ciò senza di cui non possiamo vivere. Non possiamo guardare alle cose secondarie ma dobbiamo puntare alle cose essenziali da cui può rinascere tutto. In altre parole, è come se un turbine avesse squassato gli alberi di una foresta fino a farli cadere in gran parte, però non è riuscito a distruggere le radici, ed è dalle radici che dobbiamo partire. Radicalità viene da radici.
Quali sono le nostre radici nel presente? Penso che le nostre radici siano due.
1. La prima è aiutarci a vivere la fede come qualcosa di necessario alla vita, o rispondere alla domanda «Perché la fede è necessaria alla vita?». Quindi, un insegnamento fra di noi che ci aiuti a scoprire giorno dopo giorno sempre di più perché ciò che abbiamo incontrato non è qualcosa di accessorio, qualcosa destinato agli uomini pii o alle donne particolarmente devote, ma è qualcosa senza del quale non possiamo vivere. Che cosa fa sì che il cristianesimo sia necessario ad ogni uomo e a ogni donna?
Da questo punto di vista l’educazione che abbiamo ricevuto io, Atta e gli altri preti che sono qui ci aiuta. Perché noi siamo stati educati proprio in questa direzione: a scoprire e a vivere il cristianesimo come qualcosa di necessario alla nostra umanità, costitutivo della nostra umanità. Non un cristianesimo di alcuni momenti della vita particolarmente buoni, di alcune occasioni, di alcune persone, ma una fede cristiana che coincide esattamente con la possibilità nostra di essere uomini. «Dove andremo Signore, tu solo hai parole che assicurano la vita». Ecco, in questa espressione impulsiva di Pietro a Gesù sta tutto quanto ciò che noi possiamo vivere e possiamo dire. Quindi è fondamentale un orientamento esistenziale della nostra catechesi che mostri come l’incontro con Gesù sia l’incontro fondamentale per la nostra umanità, la condizione essenziale per la fioritura della nostra umanità.
Ma questo polo non è sufficiente. Questo polo che potremmo chiamare «persona», il costituirsi della persona, non è sufficiente. Perché la persona si costituisce fondamentalmente attraverso le relazioni. La persona è fatta da relazioni e per vivere relazioni.
2. Perciò questa sottolineatura, che faccio moltissimo nella mia Chiesa, è perché nascano piccole o grandi comunità di giovani famiglie.
Nessuno di noi può scoprire veramente questo percorso nella generalità e genericità di una comunità grande, dell’universalità della Chiesa. Nessuno può comprendere questo percorso se esso non è il percorso quotidiano di una relazione con altri, una vita condivisa.
Penso che questo sia fondamentale per la continuità dell’evento cristiano nel mondo e per il futuro di questo evento nel mondo, perché questo evento possa mostrare le strade di una rinascita dell’umano. Non è un programma ideologico. Chi come me ha vissuto 70 anni nella Chiesa è abituato a sentir parlare di programmi, di giornate, ecc.
Penso che questo serva molto poco. Il programma è la vita.
Quello che noi dobbiamo lasciare investire dalla fede è la vita: è lei che presenta il conto, che presenta le domande, gli interrogativi, le situazioni che siamo chiamati a vivere ora dopo ora.
Ecco, se volessi sintetizzare tutto in una frase: mi auguro che nascano piccole comunità che si aiutino a vivere il mistero della vita.
La parola focolare mi sembrava significativa come immagine: il focolare raduna in sé tre valenze.
La prima valenza è un punto che attrae.
Ci si siede volentieri attorno al fuoco: laddove c’è il focolare acceso la casa cambia volto. È come se avesse un suo centro attrattivo ineludibile, che non solo attrae le persone ma le fa riconoscere assieme: attorno ad un focolare ci si riconosce assieme.
In secondo luogo un focolare riscalda.
Oggi ciò di cui più di tutto le persone hanno bisogno è di uscire dalla solitudine, hanno bisogno del caldo e del calore di una comunità.
Hanno bisogno di rapporti affettivi veri.
Quello a cui stiamo assistendo nella nostra società oggi è la crisi radicale dell’affettività: la difficoltà di amare e di lasciarsi amare e di riconoscersi amati. Non c’è forse epoca in cui si parla tanto di amore come nella nostra e in cui si è persa la mappa dell’amore. La mappa indica i passi.
Quando si va in montagna una delle cose fondamentali è imparare a non fermarsi tutte le volte che viene voglia di fermarsi, ma anche a non correre avanti, perché poi le energie finiscono. Quindi la cosa fondamentale se si vuole camminare in montagna è di seguire il passo di chi guida, se sa guidare e se c’è uno che guida.
Noi abbiamo perduto la mappa dell’amore.
Abbiamo perduto la mappa dell’amore perché non sappiamo più che l’amore ha dei passi, che corrispondono alla conoscenza reciproca, che non è immediata, che è lunga e ha bisogno di pazienza, di perdono.
La mappa indica anche i punti in cui si sale di più, in cui si scende, in cui ci si può fermare. La mappa dell’amore contempla la possibilità dell’errore, dell’uscire di strada e poi del tornare, dell’essere accolti. Quindi solo una piccola comunità di famiglie può diventare una scuola di affettività vera.
Ha bisogno di essere guidata, non necessariamente da un prete, può essere anche una di queste famiglie o due tra le altre.
Il bisogno dell’educazione all’affettività per i ragazzi è oggi una delle questioni primarie. Non penso che possa esserci un’educazione a Dio oggi se non c’è un’educazione dell’affettività.
Essendo che la strada per arrivare a Dio è lo stupore della creazione, dell’esserci, e quindi dell’essere stati amati da qualcuno che mi vuole, se l’esperienza della vita, bruciante, mi ha portato al convincimento che non c’è nessuno che mi ama, la strada al mistero è sbarrata. Ho voluto dire questo per dire che la mia insistenza sulla strada delle piccole comunità di famiglie non è una strategia pastorale, che assolutamente non mi interessa.
Mi interessa invece la sostanza di ciò di cui la fede necessita in questo momento.
E l’educazione alla fede in questo momento necessita di due cose: primo, mostrare l’attrattiva Gesù, e secondo che questa attrattiva la si scopre soltanto nella quotidianità dolce e dura allo stesso tempo di rapporti tra giovani famiglie.
È chiaro che non sto dicendo che gli altri sono esclusi, sto ponendo un accento.
Parlo di giovani famiglie perché sono quelle che più immediatamente si aprono ad una serie di necessità: come avere o no dei figli, quando li hanno avuti come educarli, la scuola a cui mandarli, come conciliare affetti e lavoro, un insieme di questioni che fanno comprendere come fede e vita si intersechino fra di loro.
Una sequela di Gesù che non fosse in grado di suggerirvi delle risposte, anche provvisorie, a queste domande, a cosa servirebbe?
Quindi alla domanda «Cosa ci è chiesto in questo momento come cristiani e come fraternità?» direi quello che ho detto fino adesso e che potrei riformulare in questo modo: mostrare al mondo che la speranza non è un inganno.
Mostrare a noi stessi e agli uomini che la speranza non è un inganno.
Ecco, poi chiedevate «noi vogliamo vivere, siamo chiamati per qualcosa di grande, ma come è possibile vivere qualcosa di grande quando ci sembra che la molteplicità delle incombenze ci tolga il respiro?».
Allora per me la parola fondamentale qui è discernimento.
In un momento in cui tutto sembra essere messo in discussione, come è questo momento, dobbiamo avere il coraggio di decidere che cosa è decisivo per la nostra vita. Di riconoscere che cosa è decisivo per la nostra vita.
È più importante la carriera che posso fare o passare del tempo con i miei figli?
È più importante assicurare e spendere dei soldi per un certo tipo di scuola o invece rispondere alle esigenze che ha mio figlio o mia moglie o mio marito di avere tre cappotti invece di uno, dieci scarpe invece di tre?
Quante sere alla settimana devo uscire, e quante invece dovrei stare a casa con mia moglie e i miei figli?
Come passare il sabato e la domenica, con loro o senza di loro?
Quanto tempo dedicare alla preghiera e in quale momento della giornata? E quindi, concretamente, quando alzarmi al mattino? E quindi, concretamente, quando andare a letto alla sera?
Sono tutte decisioni che sembrano piccolissime ma che in realtà cambiano la vita.
Per esempio nel mio caso la mia vita è completamente cambiata non quando ho iniziato a fare silenzio ma quando ho cominciato a fare silenzio al mattino.
Il silenzio che facevo prima dalle 18 alle 19 era molto importante, ma fare silenzio al mattino ha cambiato completamente la mia giornata, ha dato un respiro diverso alla mia giornata.
Allora uno mi potrebbe dire «Sì caro don Massimo, ma io devo già uscire di casa alle 7 e cosa faccio, mi alzo alle 5?» oppure «Io ho il mio bambino piccolo che piange tutta la notte»: molto belle le prediche di un prete o di un vescovo che non ha figli e non è mai stato alzato tutta la notte per i figli.
Non c’è responsabilità più pesante dell’educazione dei propri figli, più bella, più avvincente, e dell’amore fra un uomo e una donna.
Proprio per questa radicalità della vostra posizione nel mondo, diciamo la verità, il futuro del mondo dipende dalle famiglie. Dalle famiglie. E il futuro della Chiesa dipende dalle famiglie. Perché tutta una serie di problemi che ci sono, come il numero dei preti, dipendono dalle famiglie. Che ci siano vocazioni dipende dalle famiglie. Ma anche questioni molto più importanti: l’apertura di un ragazzo o di una ragazza verso la vita, lo sguardo con cui vede le cose.
Certo, non è che il padre e la madre possono fare il figlio, condizionarlo, perché poi per fortuna ogni essere è libero e non siamo padroni dei nostri figli, e questo i certi momenti della vita lo capiamo a nostre spese. Anche nel sangue. Però possiamo fare molto.
Quindi, discernimento.
Ci sono alcune cose che sono fondamentali. Che il compito sia grande lo avete già detto, che il nostro compito sia grande non dipende da fattori esteriori, non dipende dal posto che occupiamo nella società: dipende dall’ampiezza del nostro cuore che il nostro compito sia grande. La mamma di Atta educando Atta ha permesso che ci fossimo voi qui oggi. Il suo compito era grande, grandissimo. Mia mamma occupandosi di me indirettamente ha fatto nascere la Fraternità San Carlo. Quindi la grandezza del compito dipende dalla grandezza del cuore. E che questa grandezza del cuore entri a generare sempre nuovo sangue nella nostra giornata dipende dal peso che noi diamo a certi momenti della giornata.
Citavo prima il posto del silenzio, ma vorrei dire anche il posto della memoria durante la giornata. Per esempio io alle persone che seguo dico sempre che non è importante la quantità di tempo che dedicano alla preghiera al mattino, però se il caos mattutino non è attraversato per qualche minuto da un salmo che viene letto, da una frase del vangelo che viene memorizzata e che mi accompagna durante il giorno, tutto è più difficile. Ci sono delle luci che devono accompagnarci durante il giorno. Certo questa luce può essere il bacio di mia moglie, o lo sguardo di mio figlio. Anzi, tanto più io memorizzo la frase di un salmo, tanto più nel tempo anche lo sguardo di mio figlio porterà questa luce. E poi il discernimento sulle grandi scelte della vita.
Fraternità e solitudine
Come nella solitudine del quotidiano l’appartenenza ci può aiutare, perché si sta insieme ma poi ognuno ha il suo pezzo di quotidiano da vivere da solo?
Ciascuno ha il suo quotidiano, questo è indubbio. Non posso dire ad Atta di venire a Reggio Emilia a fare l’aiutante del vescovo, perché lui deve fare qui quello che è chiamato a fare qui. Ma la fraternità è qualcosa che io porto dentro di me.
I vent’anni che ho passato con Atta non sono un passato: i vent’anni passati con lui mi costituiscono nel mio essere oggi.
C’è una solitudine inevitabile, ineliminabile, ed è il mio rapporto con Dio.
C’è un livello del mio rapporto con la vita in cui io sono solo davanti a Dio: quando Lui pronuncia il mio nome.
Ma non perché gli altri non ci sono, ma perché Egli chiede a ciascuno di noi una responsabilità che deve essere portata.
C’è una solitudine buona e una cattiva. La solitudine cattiva è quella di chi si ritira dalla vita. La solitudine buona è quella di chi sa che solo il Tu di Dio è adeguato al suo io e tutti gli altri tu entrano ad aiutare il suo io nella misura in cui lo conducono verso Dio.
Allora, tu svolgi un compito e giustamente desidereresti che gli altri ti aiutassero con i loro consigli o la loro presenza, e invece senti talvolta la carenza di questo.
Non possiamo vivere pretendendo: possiamo vivere chiedendo, ma non pretendendo.
Io posso desiderare che Atta mi consigli e mi aiuti in una certa situazione che io vivo, ma non posso pretendere che lui mi offra la soluzione di tutte le situazioni che vivo. Questo è vero innanzitutto tra marito e moglie.
Questa è una questione capitale, anzi penso che sia la questione fondamentale delle crisi matrimoniali: siccome non esiste più Dio, pretendo che l’altro sia come voglio io, quello che voglio io. Non si riconosce l’alterità, e non si riconosce e non si accetta il fatto che esiste una solitudine buona che non può essere colmata dall’altro. Nelle sue forme più parossistiche questo è l’urlo della moglie verso il marito o viceversa «Non mi hai mai capito»: questo deriva molte volte dal fatto che non c’è stata veramente una conoscenza reciproca, un dialogo permanente. Si vivono vite parallele e poi si pretende di conoscersi, di aiutarsi.
La conoscenza reciproca è un cammino quotidiano. E non può vivere di pretesa. Questo punto è importante. Perché le amicizie più grandi e le famiglie che pensano di essere molto affiatate possono infrangersi proprio su questo punto, il punto della pretesa: che tu risponda a questo bisogno che io ho.
L’altro può essere un inizio di risposta, può, ma non è detto che sia lui o lei questo inizio e non è detto che possa avvenire subito.
Vedo che questa è la causa principale della fine delle famiglie: «Non mi capisce». In fondo l’altro, invece di essere un tramite a Dio, dovrebbe essere Dio, anzi in realtà dovrebbe essere uguale a me. Ma non c’è nessun altro che è uguale a me.
Fasce di età e gruppi culturali diversi
Come interagire tra diverse fasce di età e gruppi culturali diversi?
Questo effettivamente è a mio parere un tema molto importante che io vedo essere una delle difficoltà più grosse oggi nella società e nella Chiesa: la difficoltà alla comunicazione fra generazioni. La comunicazione fra generazioni è la fonte principale della storia dell’uomo, se non c’è comunicazione fra generazioni non c’è storia.
Questo è ben diverso dalla messa in discussione: la messa in discussione è una forma di comunicazione.
La messa in discussione che può avvenire per esempio nell’adolescenza è una forma di comunicazione, perché nasce da un minimo di presa di coscienza di ciò che si è ricevuto e dal desiderio che questo che si è ricevuto diventi proprio, perché diventi proprio occorre metterlo in discussione.
Oggi non c’è questo in molti casi, c’è l’estraneità, c’è la mancanza di comunicazione.
Come notizia positiva però posso dirvi questo: mentre questo argomento è una preoccupazione delle leadership della società e della Chiesa, nel popolo è molto meno caratterizzato.
In altre parole io, che ho 75 anni e sono un vescovo, di per sé dovrei creare barriera. Eppure oggi, un po’ perché non esistono più le divisioni ideologiche (quindi ai ragazzi non gliene importa nulla che io sia il vescovo o il netturbino, e questo è un vantaggio), un po’ perché ciascuno nel fondo ha le stesse domande che aveva l’uomo 3000 anni fa (e questo ci permette di leggere poeti antichissimi e di altri continenti e sentire che parlano a noi) se tu con i ragazzi parli e ti mostri interessato a loro, dedichi del tempo a stare con loro, questo gap generazionale non sparisce di colpo, ma perde tutta la sua drammaticità virulenta che ha in altri contesti.
Voi stessi avete fatto un esempio prima: «i nostri figli giocano tra loro»; qui non si parla di un gap generazionale, ma di un gap che potrebbe nascere all’interno della stessa età.
Quindi penso che noi dobbiamo interagire tra fasce diverse di età e gruppi culturali diversi attraverso due strade: una più semplice e l’altra più complessa.
La prima strada semplice è metterci assieme.
La seconda strada, più difficile, è ascoltarci. Metterci assieme e ascoltarci.
Ascoltarci non vuol dire semplicemente fare attenzione a quello che l’altro dice, ma vuol dire vivere dei momenti comuni. Questo vuol dire ascoltarci: parlarci, leggere assieme una poesia, commentare un film, ascoltare assieme una musica, fare assieme una gita. E poi avere pazienza, perché non dimentichiamo che qui stiamo parlando di problemi atavici, di decine e decine di anni. Noi con questi gap generazionali e culturali stiamo affrontando questioni che hanno alle spalle divisioni remote, però abbiamo un vantaggio: avere tutti una sensibilità molto forte per il valore esistenziale della vita cristiana. Quindi non ci mettiamo assieme semplicemente per pregare, ma per vivere assieme. Ci mettiamo assieme perché abbiamo assieme delle domande, abbiamo in comune delle domande, che sono di tutti.
Come allargare alle nostre case imitando la casa parrocchiale? La casa parrocchiale, la Casa Aperta come diceva Atta, è come un esempio non da copiare, ma che deve ispirare qualcosa che noi possiamo vivere. L’ospitalità all’inizio del cristianesimo era uno degli elementi distintivi dei cristiani.
Intervento
Io in genere dò una mano nella cucina dell’oratorio durante le attività della parrocchia, oggi parlo a nome del gruppo di cui faccio parte. Il nostro gruppo è nato circa 4 anni fa ed è formato da 5 famiglie, siamo apparentemente tutti molto diversi gli uni dagli altri ma con lo stesso desiderio di dare alla nostra vita un significato diverso. Ci univa già una bella amicizia, nata grazie alle attività della parrocchia a cui alcuni di noi già partecipavano prima dell’arrivo dei sacerdoti della Fraternità San Carlo. Ma ad un certo punto lo stare insieme solo nelle occasioni di volontariato o durante le attività in oratorio con poche possibilità di parlare e di confrontarci non bastava più, sentivamo il bisogno di approfondire la nostra amicizia e di condividere i problemi, per confrontarci e trovare sostegno. Nei primi due anni di incontri con don Paolo abbiamo affrontato temi importanti come l’amicizia, la vocazione matrimoniale, l’educazione dei figli, il lavoro, e talvolta anche argomenti non programmati ma dettati dalla particolare necessità di qualcuno di noi, imparando ad aprirci e a raccontare le gioie e le fatiche della nostra vita. Preziosi sono stati gli incontri fatti su Zoom durante il periodo di blocco totale dovuto al Covid: poter descrivere agli amici gli stati d’animo e i sentimenti provocati dall’isolamento credo ci abbia dato serenità, speranza e forza per sostenere la situazione. Per il nuovo anno abbiamo chiesto al nostro padre spirituale di aiutarci nella lettura del vangelo, che si adatta perfettamente alla nostra vita di oggi e le parole e gli insegnamenti di Gesù si rivolgono ad ognuno di noi, obbligandoci a riflettere sui nostri comportamenti e sui nostri sentimenti. Ci è sempre più chiaro che non siamo fatti per stare da soli, ma abbiamo bisogno di una comunità per imparare a guardarci più in profondità, senza farci prendere dallo sconforto e senza perdere la speranza di poter migliorare. Perché quando siamo insieme Gesù è fra noi, pronto a sostenerci e ad aiutarci con il suo amore a crescere nella fede.
Intervento
Parlo a nome delle giovani coppie, volevamo raccontare la nostra esperienza iniziata circa due anni fa. Come giovani coppie intendiamo sposati da 4-5 anni e fidanzati in procinto di sposarsi. Circa due anni fa su intuizione di don Paolo io e mia moglie con un’altra coppia abbiamo deciso di coinvolgere una decina di coppie neo-sposate incontrandoci con cadenza mensile qui a santa Giulia, con varie proposte: lezioni di don Paolo, testimonianze di coppie più avanti di noi nel percorso, momenti di confronto fra noi sui temi del matrimonio cattolico, come il dialogo, l’uso del tempo, la fede, il rapporto fra coniugi. Ci sarebbero moltissime cose da dire. Parlando fra noi sono emersi due aspetti che condividiamo tutti: l’estrema importanza che questi incontri hanno avuto come accompagnamento nella vita matrimoniale e l’estremo impatto che hanno avuto sia morale che pratico fra di noi, perché questa conoscenza fra coppie ha fatto sì che si creassero e rafforzassero gruppi di amicizia più ristretti, ha fatto sì che abbiamo iniziato ad accogliere anche in casa ragazzi della parrocchia, quindi entrando più strettamente nella vita parrocchiale, in questa estrema condivisione di alcuni pezzi importanti della nostra vita. Il secondo aspetto è che non è che facciamo questi incontri solamente a santa Giulia anche se è nato qui. Acquisendo sempre più familiarità con i sacerdoti ci siamo resi conto che sicuramente uno dei maggiori punti di forza è la loro intensissima unione, la loro grandissima amicizia, la comunione che vivono tra sacerdoti. E vedere come si accompagnano loro nella vita sacerdotale ha fatto nascere in noi un desiderio di accompagnarci tra noi famiglie a vicenda con questo tipo di comunione e questo grado di accoglienza che mostrano i sacerdoti verso la comunità, e così noi proviamo gli uni gli altri ad aiutarci.
La domanda che a volte sorge è questa: questi appuntamenti mensili sono veramente un momento importantissimo del mese, non sono l’ennesimo appuntamento da mettere in agenda: come fare perché siano sempre così autentici? Che siano sempre un pezzo così importante della nostra vita, un momento in cui uscire dal trantran quotidiano e mettere a tema delle cose fra famiglie, come facciamo a portare avanti negli anni questi momenti in modo spontaneo?
Intervento
Io volevo fare una domanda proprio rispetto all’argomento delle fraternità. Noi siamo tornati a Torino da un annetto e intorno alla parrocchia abbiamo trovato tante amicizie che ci hanno portato ad approfondire tanti argomenti della nostra vita, a vivere insieme, a passare dei bei momenti. Però questo è successo in maniera un po’ destrutturata, a partire da questo incontro mensile che facciamo insieme a Paolo e ad altre coppie. Volevo chiederle, nell’ipotesi di formare piccole fraternità un pochino più strutturate non si corre il rischio che poi ci si chiuda e che queste comunità diventino un po’ autoreferenziali? Quindi come rimanere aperti rispetto al mondo che non è di queste fraternità? Perché una cosa che a me personalmente ha colpito è che a questi gruppi di giovani coppie partecipano anche persone che non sono molto di fede, e che però hanno un aiuto in questa amicizia.
Intervento
Io racconto l’esperienza di un gruppetto che è nato insieme ad Atta. Fino alla pandemia ci siamo visti il sabato mattina per l’adorazione eucaristica, dopo la quale ci vedevamo a pranzo con Atta. Questo è andato avanti per due, tre anni fino alla pandemia. Quello che è successo è che nel corso della pandemia abbiamo continuato a cercarci e a vederci anche indipendentemente dal momento organizzato, che è diventato necessariamente più raro. A Natale nessuno di noi ha potuto tornare a casa ed è come se ci fossimo immediatamente riconosciuti famiglia: per noi questo gruppo di famiglie, questo luogo, è la prima famiglia che abbiamo qua oggi. È stato come se ognuno di noi avesse un desiderio grande di trovare un’amicizia vera e questo ha permesso che ci incontrassimo proprio su questo desiderio. Ad un certo punto, nella continua condivisione, ci siamo riscoperti fratelli. È stata proprio una scoperta, che fa nascere prima di tutto una grande gratitudine per questo luogo. Ora siamo caratterizzati da due desideri comuni: il primo, che questa amicizia possa essere veramente per tutti: infatti poi le singole famiglie incontrano altre famiglie che sono capitate sul cammino, nel desiderio di portarle dentro questa condivisione di amicizia. La seconda cosa riguarda i ragazzi. I nostri figli stanno diventando grandi, alcuni stanno arrivando all’adolescenza, inoltre altri di noi sono insegnanti. Il desiderio comune che abbiamo è quello di poterci sacrificare totalmente al servizio dei ragazzi: innanzitutto per i nostri figli, a cui abbiamo offerto questo luogo, che nel tempo vedo sta diventando una casa anche per loro, poi per tutti i ragazzi che seguiamo. Come possiamo essere totalmente al servizio?
Don Massimo
Direi innanzitutto che mi sembra miracoloso quello che sta accadendo qui, lo dico sinceramente. E i miracoli bisogna innanzitutto guardarli e poi chiederli. Guardarli perché il nostro cuore ne sia riempito e diventi grato, chiederli perché continuino ad accadere. Perché i miracoli sono qualcosa interamente di Dio che però è affidato nello stesso tempo alla nostra libertà. Non c’è un meccanismo che faccia ripetere i miracoli, se non guardarli, viverli e domandarli.
Quindi direi: non preoccupatevi di come in futuro far sì che i momenti con i gruppi di famiglie siano sempre autentici. Preoccupatevi che il presente sia autentico, poi il futuro è nelle mani di Dio. Il futuro è fatto di tanti presenti.
Quindi, la responsabilità nostra è nell’attimo che stiamo vivendo: il futuro sarà autentico se è autentico il momento che stiamo vivendo.
Cosa vuol dire autentico: che io sia lì con tutto me stesso e che domandi a Cristo di rivelarsi.
Tenete presente una cosa: Dio è fedele.
Quello che comincia va avanti se noi non lo distruggiamo.
Quindi, è un tesoro affidato a noi oltre che alla sua Grazia.
Io sono passato attraverso tante tempeste e quel tesoro che mi è stato regalato non si è distrutto. Perché le tempeste del mondo possono squassare e rovinare, ma non distruggere, perché il dono di Dio rimane.
È anche affidato a noi però, è affidato alla vostra carità, cioè alla vostra unità.
Come evitare il rischio di una fraternità autoreferenziale? Ma se una fraternità è autoreferenziale non è una fraternità, cioè una fraternità cristiana per sua natura proprio in forza di ciò che vive sente dentro di sé tutto il peso del mondo, tutta la responsabilità verso gli altri, poi la potrà esprimere in un modo o in un altro.
La fraternità cristiana non è il luogo in cui si dice «Vado, così mi riposo dal mondo»: una fraternità cristiana autentica è un luogo che manda nel mondo.
È vero che per andare bisogna innanzitutto stare: Gesù chiamò a sé gli apostoli perché stessero con lui e per mandarli. Non si possono mai disgiungere questi due movimenti, stare e andare. Andare per che cosa? Per comunicare la bellezza di ciò che ho trovato nello stare con gli altri.
Se uno stare non mette dentro il fuoco di andare non è una fraternità cristiana.
E se il fuoco di andare non nasce dalla bellezza dello stare, non è una missione cristiana. Poi il rischio dell’autoreferenzialità o della riduzione sociologica ci sarà sempre e dobbiamo perciò aiutarci a correggerci.
Come essere totalmente al servizio?
Io direi obbedendo a quello che viene chiesto, cioè al servizio che viene chiesto.
Perché il rischio che noi possiamo correre è quello di pensare che la totalità sia un di più, fare di più, fare qualcosa di più, di diverso.
Invece, la totalità è il dono del proprio cuore, di tutto il proprio cuore, in ciò che mi viene chiesto adesso. Santa Teresa di Lisieux fu proclamata patrona delle missioni da Pio XI ed era morta a 24 anni in un monastero da cui non si era mai mossa. Aveva dato tutto in un piccolo recinto, e quel tutto è stata la sua immensa apertura missionaria vissuta nel rapporto con 7 o 8 sorelle che non la capivano e che la dileggiavano.
Sentendovi parlare sono testimone di un miracolo, veramente di un miracolo che dovete custodire nell’umiltà, cioè riconoscendo che questo miracolo non vi appartiene, ma vi è donato. E che dunque il modo migliore per custodirlo è donarlo. Donarlo all’interno di una piccola o grande fraternità, reciprocamente, donarlo al di fuori alle persone che incontrate. E aiutandovi dentro la vita quotidiana, i passi quotidiani: la carità più importante è aiutarci nei passi quotidiani.
Conclusione di Don Attanasio
Abbiamo inaugurato oggi un incontro che potremo ripetere una volta all’anno, di testimonianza reciproca. Forse è la prima volta che così chiaramente i vari gruppi che sono nati da varie esperienze ce li siamo raccontati vicendevolmente, e queste è stata una bella testimonianza. Anche le parole che don Massimo ci ha detto ci indicano una strada verso il futuro, soprattutto questa questione dell’umiltà che sarà il tema degli incontri delle famiglie del prossimo anno: come l’umiltà ci conduce a vedere la luce di Dio e a non disperdere il dono di Grazia che ci è dato? Perché è sempre l’orgoglio che distrugge i doni che Dio ci fa.
Ci prendiamo come impegno di accompagnare il ministero di don Massimo, che ringraziamo per tutte le cose che ha detto durante la pandemia e nei suoi discorsi, che sono stati anche tanto di accompagnamento per noi sul giudizio della vita presente, della Chiesa e del mondo, di cui abbiamo molto bisogno.
