L’incontro che accende la speranza
a Maturati – Stintino 18 – 25 luglio 2026
don Paolo Pietroluongo
1. Il “vuoto del sabato sera”
il nostro cuore e il bisogno di qualcosa di vero
Partiamo da una cosa semplice ma decisiva: voi non siete fatti per accontentarvi, nessuno di noi è fatto per accontentarsi. Questo non è un problema, anzi. Dentro ciascuno di noi c’è un desiderio di felicità, di verità, di amore che non si spegne mai del tutto. Possiamo provare a metterlo da parte, ad ignorarlo, a distrarci, a riempire le giornate di cose… ma prima o poi torna sempre fuori. Possiamo provare a dire che “va bene così” … ma a un certo punto qualcosa dentro di noi dice: non mi basta. E quella voce lì è importante perché dice qualcosa di vero su di noi.
La coscienza è data da una voce, da una voce che abbiamo dentro e che ci costituisce (…) questa voce in noi non ha ancora un adeguato ascolto[1].
Questo desiderio non è un difetto: è la cosa più vera che abbiamo. È come una domanda continua che portiamo dentro, anche quando non la sappiamo formulare bene. Quando diciamo “non mi basta”, “non è quello che voglio davvero”, stiamo dicendo qualcosa di profondamente giusto.
È quello che capita a tanti di voi, quello che mi avete raccontato, e che io chiamerei “il vuoto del sabato sera”.
Il punto è che la realtà spesso non sembra all’altezza dei desideri del nostro cuore. Il problema è che spesso la realtà sembra non rispondere. Le cose finiscono, le persone deludono, le situazioni cambiano. E allora viene quasi spontaneo abbassare le aspettative, smettere di sperare davvero. Nasce una tentazione molto forte: smettere di aspettarsi qualcosa di grande. Dire: “meglio non illudersi”, “tanto è sempre così”.
Ecco, l’incertezza dell’esito getta la sua ombra sulla certezza delle esigenze stesse. Innanzitutto, è un’insicurezza, un’incertezza che giudica le esigenze naturali che abbiamo in noi, le giudica dal punto di vista dell’immaginazione che noi costruiamo su di esse. Per esempio, un ragazzo si fissa su una ragazza, ma la natura gli ha dato l’esigenza dell’amore, non l’esigenza di “quella” ragazza. La promessa della natura può non coincidere con la fissazione dell’immaginativa sua (…) Allora la realtà, non coincidendo con le immagini, sembra deludere[2].
Il rischio è quello di vivere come “anestetizzati”, tanto i nostri desideri non si realizzano mai, disperiamo, ci accontentiamo come dei borghesi. Ma se facciamo così, non diventiamo più realisti: diventiamo solo più poveri, più “spenti”.
Vediamo come Gesù sta davanti ai desideri del nostro cuore. Nel Vangelo, Gesù non parte da una regola o da un dovere:
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. (Gv 1,38-39)
Gesù parte da una domanda: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). Quando Gesù incontra i primi discepoli, non parte spiegando tutto, parte da una domanda. È come se dicesse: guarda seriamente quello che hai dentro. Perché tutto inizia da qui: dal prendere sul serio quello che abbiamo dentro. Che cosa cerchiamo? Noi cerchiamo il Cielo.
La vita è questa indomabile tensione a essere penetrata, a essere posseduta da qualcosa che, nella sua fecondità inimmaginabile, si chiama “l’eterno” e che gonfia, rende turgide, le cose già da subito in questo mondo[3].
Le nostre esigenze più profonde chiedono di vivere con speranza, speranza in qualcosa che ci faccia intravedere una possibilità. Un incontro, un avvenimento che necessita di una sensibilità e di una nostra disponibilità. Un incontro, come quello dei discepoli con Gesù, che possa farci intravedere la strada del nostro compimento umano.
La speranza non nasce da uno sforzo per essere positivi. Nasce quando non riduciamo il nostro desiderio, quando non lo mettiamo a tacere. La speranza nasce solo se questo desiderio resta aperto, perché è l’unico punto da cui può entrare qualcosa di vero.
Pensate, per esempio, a quando aspettate qualcosa con entusiasmo — una vacanza, un incontro, una partita importante. Quell’attesa vi tiene vivi. Ma se iniziate a dire “tanto farà schifo”, “tanto sarà una delusione”, vi spegnete prima ancora di iniziare. Così è per tutta la vita.
Domande per riflettere:
- Io prendo sul serio quello che desidero davvero oppure cerco di abbassarlo?
- In quali momenti sento più forte che “non mi basta”?
2. L’avvenimento dell’incontro
Qualcosa che accade davvero e ti prende
Occorre ridare tutta l’ampiezza alle nostre esigenze. (…) Le esigenze spente si riattivano grazie a un INCONTRO. (…) Senza un incontro, senza l’incontro la nostra vita umana degrada, inesorabilmente rinsecchisce, diventa arida, totalmente arida[4].
Abbiamo detto che la speranza non nasce da un discorso fatto bene, nasce quando nella vita succede qualcosa, quando incontri qualcuno che ti colpisce. Non quando capisci tutto, non quando fai un discorso giusto, ma quando incontri una persona che ti colpisce. Non solo una persona, ma qualcosa (un gruppo di amici, un momento vissuto assieme, una preghiera, una lettura particolare. Anche stare davanti ad un bel tramonto può essere “un incontro”. L’incontro è con qualcosa che è fuori di noi, fuori dai nostri pensieri). L’incontro ridona alle nostre esigenze tutta la loro grandezza. Non è una teoria: è un fatto.
Quali sono le caratteristiche dell’incontro come avvenimento?
- ridona alle nostre esigenze tutta la loro grandezza, ci ricorda ciò per cui siamo fatti, accende il nostro desiderio di felicità e di compimenti;
- è “altro da me”, accade, non lo posso programmare. Non sta nei miei pensieri. È fuori di me. Non posso sforzarmi di farlo accadere! Accade e basta;
- si concretizza in un posto preciso, come ad esempio le nostre amicizie o la compagnia di Santa Giulia di questi anni. Pensate a tutti i momenti più “intensi” che abbiamo vissuto insieme in questi anni;
- è qualcosa di presente, accade cioè adesso. Non è qualcosa di passato, un bel ricordo;
- genera un movimento, perché mi mette in moto, alla ricerca, risveglia il mio cuore, mi fa domandare e mi spinge all’incontro con altri amici.
L’avvenimento porta sempre dentro la sensazione di “altro”, di “qualcosa d’altro”: l’avvenimento è tale proprio perché accade a prescindere da noi, ha come caratteristica che non è costruito da noi. Perciò la categoria “altro” è per forza un bene[5].
Nei Vangeli succede così. Giovanni e Andrea, si muovono, iniziano a seguire Gesù quasi per curiosità:
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. (Gv 1,35-39)
Ma dopo poche ore passate con Lui, qualcosa cambia, capiscono che è successo qualcosa di importante. Non hanno ancora tutte le risposte, ma hanno incontrato qualcuno che li ha presi completamente.
Per Giovanni e Andrea è stato questo l’avvenimento, perché l’avvenimento è una cosa precisa che si può datare, si può misurare in ore (…) nella nostra vita c’è qualcosa di misurabile come tempo, cronologicamente[6].
Oppure pensate all’episodio, nel Vangelo, della samaritana:
Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli, infatti, erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei, infatti, non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va’ a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». (…) Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno, tuttavia, gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui. (Gv 4,6-18, 25-30)
La samaritana si trova davanti a uno, Gesù, che la guarda in un modo diverso. Non la riduce, non la giudica, ma neanche fa finta di niente, non finge. E questo la cambia.
Questo è il punto: la speranza nasce da un incontro che ti prende, che ti riguarda, che senti come vero per te.
Anche oggi funziona così. Magari non ce ne accorgiamo subito, ma succede quando incontriamo qualcuno che vive in un modo che ci colpisce: più vero, più libero, più umano.
Anche oggi può succedere, non nello stesso modo, ma con la stessa dinamica. Può accadere incontrando qualcuno che vive con una certezza, una letizia, una serietà che ti colpiscono. Qualcuno che, senza fare grandi discorsi, ti fa intuire che la vita può essere vissuta in un modo diverso.
Per esempio: un adulto che non scappa davanti ai problemi ma li affronta con una pace strana; un amico che ti resta accanto quando tutti gli altri spariscono; qualcuno che ti dice la verità senza schiacciarti, guardandoti bene, non per giudicarti.
In quei momenti senti che lì c’è qualcosa di più grande di quello che riesci a costruire da solo.
La speranza nasce quando non lasci cadere questi incontri, quando li prendi sul serio.
L’incontro con Cristo si concretizza capillarmente in quella carne e in quelle ossa, in quelle facce, in quelle voci, in quei temperamenti, in quelle mosse con cui ti ha colpito. Ti ha colpito anche magari facendoti ridere. (don Giussani pag.51)
Domande per riflettere:
- Mi è mai capitato un incontro che mi ha segnato, che mi ha colpito davvero?
- Quando succede qualcosa di vero nella mia vita, lo riconosco oppure lo metto da parte? Lo prendo sul serio o lo lascio scivolare via?
3. L’incontro: una presenza che cambia la vita
Se un incontro è vero, prima o poi cambia anche il modo di vivere. Se l’incontro che abbiamo fatto è vero, allora cambia il nostro modo di vedere e di vivere la realtà. Non perché tutto diventa facile, ma perché non siamo più gli stessi, non siamo più identici a prima.
La fede non è prima di tutto “fare cose religiose”. È accorgersi che c’è una presenza che entra nella nostra vita e cambia il modo in cui guardiamo le cose, riconoscere una Presenza che cambia il nostro sguardo su tutte le cose, sulla realtà.
Pensiamo ai discepoli di Emmaus:
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. (Lc 24,13-35)
Sono delusi, stanno tornando indietro, stanno andando via convinti che tutto sia finito. Incontrano Gesù, anche senza riconoscerlo subito, e pian piano qualcosa in loro si riaccende… Alla fine dicono: «Non ardeva forse il nostro cuore?». E cambiano strada, cambiano direzione. La realtà è la stessa (Gesù è stato crocifisso ed è morto) ma loro sono diversi.
Questo succede anche a voi quando vivete qualcosa di vero. Per esempio:
- quando studiate solo per obbligo, tutto pesa; ma se sentite che la vostra vita ha un valore, cambia il modo di studiare. Lo studio pesa in modo diverso se senti che la tua vita ha un valore!
- quando vi sentite soli, tutto sembra inutile… ma, se vi accorgete di non essere soli davvero, anche le difficoltà sono affrontabili.
- quando fate un errore, potete chiudervi oppure ripartire, a seconda di come guardate voi stessi. Gli errori possono diventare occasioni per ripartire.
La speranza nasce da questo: da qualcosa di presente che ti cambia, da Qualcuno di presente che ti cambia. Questa Presenza che rende la vita più vera, più intensa, più affrontabile.
Ma attenzione: questo va verificato. Non basta dire “ci credo”. Bisogna guardare se è vero nella vita concreta: mi cambia davvero? Mi rende più libero? Più capace di stare davanti alla realtà senza scappare?
Domande per riflettere:
- Quello in cui credo, cambia davvero il mio modo di vivere? Incide veramente sulla mia vita concreta?
- Mi aiuta ad affrontare le cose oppure le subisco come tutti?
- In questi anni, l’incontro con Santa Giulia e con la fede mi hanno cambiato? In che modo?
4. Il rifiuto
quando l’evidenza non basta
A questo punto può emergere una delle esperienze più drammatiche e più vere della vita: un incontro può essere reale, evidente, persino affascinante… e tuttavia essere rifiutato.
Questo fatto è decisivo, perché ci impedisce ogni ingenuità. Non basta che qualcosa sia vero perché venga accolto. Non basta che una presenza corrisponda al cuore perché venga seguita.
Perché? Perché noi non siamo una macchina logica. Non aderiamo automaticamente a ciò che riconosciamo come vero. Dentro di noi c’è una libertà ferita, una divisione.
L’episodio del giovane ricco, nel Vangelo, è emblematico:
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. (Mc 10, 17-22)
Come abbiamo visto, il giovane ricco, pur essendo già ben predisposto incontra Gesù ma rifiuta l’incontro. La sua tristezza è la prova che ha riconosciuto qualcosa di grande. Se non avesse colto nulla, se ne sarebbe andato indifferente. Invece no: è triste. Perché intuisce che lì c’è ciò che potrebbe compiere la sua vita. Eppure, se ne va.
Magari abbiamo l’orecchio e il cuore come accarezzati da certi richiami, ma poi subito li abbandoniamo, non li vogliamo. E guardiamo con volto irato, con rabbia, con un’inimicizia profonda e sorda tutto ciò che ce li ripropone. Ma, in fondo in fondo, come acutamente dice Nietzsche, è perché vorremmo essere costretti a starci, cioè vorremmo che queste cose, che queste esigenze fossero così forti, così convincenti, che ci persuadessero per forza. (don Giussani pag.58)
Questo è il punto: il giovane ricco rifiuta perché è attaccato. C’è qualcosa che possiede — o forse, da cui è posseduto — che gli impedisce di aderire. Non è un ragionamento che lo blocca. È un legame. Questo rivela qualcosa di profondissimo: il rifiuto non nasce da un’obiezione teorica, ma da un attaccamento pratico. Preferiamo ciò che abbiamo già, anche se non basta, a ciò che è vero ma ci chiede di cambiare. Questa dinamica è quotidiana.
Quante volte riconosciamo qualcosa di vero — una parola, una presenza, un’indicazione — e tuttavia non la seguiamo? Non perché sia sbagliata, ma perché ci costa. Costa lasciare un’immagine di noi stessi. Costa lasciare abitudini. Costa lasciare sicurezze. E allora si attiva una giustificazione: rimandiamo, relativizziamo, ridimensioniamo. Addirittura diciamo che non era vero!
Ma il cuore non si inganna del tutto. Resta una ferita. Resta un’inquietudine, resta una tristezza. Perché il cuore sa cosa ha perso. Rifiutando Cristo, ha perso tutto.
Domande per riflettere
- Hai detto veramente di “Sì” a Cristo che è venuto a cercarti e a offrirti la sua amicizia, nella compagnia che hai incontrato?
- Quando intuisco qualcosa di vero, cosa mi trattiene?
- C’è qualcosa che mi tiene lontano da Cristo? Cosa?
5. Appartenenza
il bisogno di un luogo che custodisca il vero
Se l’incontro è un avvenimento, se accade nella realtà, allora per non essere perduto deve avere una continuità. Qui entra in gioco una parola decisiva: appartenenza. Non nel senso sociologico o sentimentale ma di vita vera: noi esistiamo dentro a un rapporto, non esistiamo da soli. L’idea di bastare a sé stessi è un’illusione moderna, profondamente radicata, ma smentita dall’esperienza.
Quando restiamo soli, anche le cose più vere si affievoliscono, la memoria si indebolisce. Quando restiamo soli, ciò che abbiamo incontrato perde consistenza. Per questo l’incontro, per durare, ha bisogno di un luogo. Non basta aver vissuto qualcosa di intenso. Serve una compagnia in cui quel fatto resta presente.
Un incontro, per durare, ha bisogno di un luogo dove continuare. Non basta un momento bello, serve una compagnia, una relazione, un’amicizia. Perché? Perché noi dimentichiamo. Anche le cose più vere, più belle se le viviamo da soli, pian piano si affievoliscono.
Tutti noi, infatti, siamo fatti per appartenere e se rifiutiamo questa appartenenza, stiamo rifiutando qualcosa del nostro essere che è costitutivo, stiamo rifiutando il fondamento del nostro essere che è comunione.
Gesù nel Vangelo dice: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4)
Questo “rimanere” è la forma concreta dell’appartenenza. Non è un sentimento. È una posizione. È una decisione che nasce da un riconoscimento. Appartenere significa riconoscere che lì — in quel luogo, in quella compagnia — passa qualcosa che riguarda il mio destino, la mia vita. E questo ha delle conseguenze. Significa accettare di non essere noi a decidere e misurare tutto. Significa accettare di essere educati. Significa lasciarsi guidare.
Non come dipendenza passiva, ma come cammino verso la propria verità. La compagnia diventa così il luogo della memoria. Non una memoria psicologica, ma una memoria viva. Il luogo in cui ciò che è accaduto continua ad accadere. Il luogo in cui la speranza si sostiene.
Senza questo, anche l’incontro più grande rischia di diventare un ricordo. Un momento bello del passato. Invece la speranza ha bisogno di presente. Ha bisogno di qualcosa che accade ora. E questo accade dentro un’appartenenza.
Per questo Gesù chiama delle persone a stare con Lui e tra loro. Non lascia i discepoli da soli. Gesù non chiama le persone una per una e basta: le mette insieme, crea la Chiesa. È dentro una compagnia che imparano a capire chi è Lui. Questo è decisivo soprattutto nelle difficoltà, questo si vede soprattutto nei momenti difficili.
Nel Vangelo di Marco, durante la tempesta, i discepoli hanno paura anche se Gesù è con loro:
In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo, si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?». (Mc 4,35-41)
Gesù è con loro sulla barca, ma loro non riescono a fidarsi fino in fondo. La sua presenza però è lì, reale, dentro quella paura. La speranza è sapere che c’è qualcosa (o Qualcuno) che resta anche quando fai fatica. La speranza vera è questa: non che la vita diventa facile, ma che c’è qualcosa di presente che resiste soprattutto quando tu sei in difficoltà.
E per riconoscerlo, per non dimenticarlo, serve una compagnia vera. Non una compagnia qualsiasi: non solo amici con cui ridere, ma persone con cui puoi essere te stesso. Persone che ti aiutano a ricordare ciò che hai incontrato, soprattutto quando sei confuso o stanco.
Per esempio:
- quando sei giù e qualcuno ti prende sul serio invece di dirti “dai, passa tutto”
- quando vedi qualcuno vivere una fatica senza disperarsi
- quando puoi dire quello che hai dentro senza essere giudicato
- non solo amici per distrarsi, ma amici che ti aiutano a vivere
- Lì la speranza si riaccende, perché diventa esperienza presente, non un ricordo.
Domande per riflettere:
- Chi mi aiuta a non dimenticare ciò che è vero nella mia vita?
- Le persone che frequento mi aiutano a crescere oppure mi fanno scappare da me stesso?
- Vivo l’appartenenza alla Chiesa come un aiuto o come un limite?
- In quali momenti tendo a isolarmi e a fare da solo?
6. Resistenza
il dominio dell’istante e la perdita del significato
Se noi siamo fatti per appartenere, perché questa appartenenza è così fragile nella nostra esperienza? Perché anche dentro una compagnia, anche dopo un incontro vero, la vita resta così instabile?
Qui emerge una parola decisiva: resistenza. Non si tratta semplicemente di rifiuto, la resistenza è più sottile. È il vivere come se ciò che è accaduto non fosse decisivo. È il lasciare che il criterio della vita torni a essere altro: l’isolamento, la solitudine, l’istinto.
Il criterio che spontaneamente prevale è l’istante: viviamo seguendo ciò che sentiamo. Se sentiamo entusiasmo, tutto è vero. Se sentiamo fatica, tutto viene messo in discussione. Questo è il punto critico: l’istante diventa la misura della verità. E se l’istante è faticoso, allora quell’incontro non è vero.
L’istante però non può essere il criterio, perché l’istante è instabile, contraddittorio, non può sostenere la vita. Come dice Gesù nel Vangelo:
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». (Mt 7, 24-27)
La sabbia è proprio questo: ciò che cambia continuamente. La resistenza consiste nel rovesciare il rapporto tra istante ed eterno. Pensiamo che sia ciò che sentiamo a dire se qualcosa è vero. In realtà è il contrario: è il vero che illumina ciò che sentiamo.
Solo l’infinito può gettare una luce di valore eterno sull’istante. L’istante è grande se la luce dell’infinito si proietta su di esso; non se l’istante pretende di essere infinito. (don Giussani pag.65)
Quando questo ordine si perde, la vita si frammenta. Non c’è più unità, non c’è più direzione. Si vive di reazioni, e lentamente il cuore si abitua a meno, si abitua a una misura ridotta, si abitua solo a “reagire”, si abitua a non prendere sul serio ciò che ha incontrato.
Questa è la radice più profonda del peccato: non tanto un errore morale, ma una perdita di verità nel rapporto con la realtà. È vivere senza riferimento a ciò che abbiamo riconosciuto come vero.
Eppure, anche dentro questa resistenza, qualcosa resta. Una inquietudine, una nostalgia, una ferita. Segno che il vero non è stato cancellato.
Domande per riflettere
- Vivo seguendo ciò che sento oppure ciò che riconosco come vero?
- In quali momenti l’istante diventa il criterio della mia vita?
- Cosa mi aiuta a ricordare ciò che ho incontrato?
- Perché tendo a dimenticare così facilmente ciò che è vero?
7. Misericordia: l’origine della speranza.
Noi apparteniamo a “Uno” che ci ama più di quanto lo rifiutiamo. Da questo amore che riceviamo nasce in noi la domanda di cambiamento. Una domanda, cioè una preghiera: “Signore cambiami! Signore aiutami! Signore salvami”. La domanda è frutto di un incontro, e ci riporta vicini al Signore.
Arriviamo così al punto più decisivo. Se la speranza dipendesse dalla nostra coerenza morale, dall’essere “più buoni”, sarebbe impossibile. E invece la speranza esiste. Perché? Perché il fondamento non siamo noi.
Il fondamento è un amore che ci precede. Un amore che non viene meno. Un amore che resiste anche al nostro rifiuto. «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Questa frase di Gesù, durante la crocifissione, è il punto più alto di questa evidenza. Siamo amati da “Uno” che non si scorda mai di noi, non ci rifiuta mai, neanche quando noi lo rifiutiamo o ci dimentichiamo.
Nel momento del rifiuto totale, emerge una fedeltà che non si ritira. Questo cambia tutto. Perché significa che la speranza non nasce da ciò che siamo capaci di fare, nasce da ciò che riceviamo. Nasce da una Presenza che continua. E da qui nasce qualcosa di nuovo nel cuore: la domanda, cioè la preghiera.
«Resta con noi, perché si fa sera» (Lc 24,29), dicono i discepoli di Emmaus a Gesù Risorto. Questa è la forma più vera della speranza. Non una sicurezza costruita, ma una domanda che riconosce un bisogno e chiede una Presenza.
Da qui nasce anche il desiderio di comunione. Il desiderio di stare dentro un luogo dove quella presenza continua. Perché da soli non reggiamo. Abbiamo bisogno di essere continuamente raggiunti.
«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)
Questa promessa è il fondamento della speranza. Non elimina la fatica, non elimina la resistenza ma introduce una certezza più grande.
La speranza è questo: vivere dentro una presenza che non viene meno. La speranza non è un’idea, è una presenza. È qualcosa che accade e continua ad accadere.
Domande per riflettere
- Sono cosciente di essere amato prima di ogni altra cosa?
- Da dove riparto quando sbaglio?
- Vivo la fede come sforzo o come risposta a un amore ricevuto?
[1] L. Giussani, L’incontro che accende la speranza, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025 – pag.13
[2] Ivi, pag. 20-21
[3] Ivi, pag.15
[4] Ivi, pag. 42
[5] Ivi, pag. 44
[6] Ivi, pag. 47
