Lezione di don Paolo agli universitari,
Torino, 3 ottobre 2019.
Guardando il tema dell’incontro, sembra che iniziamo con una tonalità in minore. Il titolo che ho scelto per questa lezione vuole però dire che non siamo soltanto condannati a soffrire. Delusione, angoscia e dolore – esperienze che facciamo tutti noi – possono diventare la strada per una resurrezione.
Voglio mostrarvi come questo sia possibile, a partire dalle cose che avete detto voi e che ho imparato io in questi anni.
Parto citando un salmo, a me è molto caro, che dice:
Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso.
Sono colpito, quando leggo questo salmo, perché esprime il fatto che dentro di noi c’è una matassa, un gomitolo di sentimenti positivi e negativi e noi non riusciamo fino in fondo a capire da dove inizia un filo e dove finisce.
Dentro di noi c’è un po’ di tutto: ci sono quelle esperienze che ci fanno spuntare le ali, quando riusciamo a voler bene a una persona, quando riusciamo a esprimere il nostro amore, quando facciamo del bene, quando guardiamo a noi con speranza… Poi però c’è tutta una serie di sentimenti negativi, che invece ci abbattono, ci portano a terra, ci tirano giù. Per me questi sentimenti sono appunto: la delusione, quando stiamo a rimuginare sulle persone che ci hanno deluso; l’angoscia, che proviamo per certe circostanze; il dolore, per le ferite che la vita ci ha fatto vivere.
Queste sono esperienze che facciamo tutti e possono diventare per noi una tomba da cui non riusciamo più a rialzarci, oppure possono diventare la strada per una resurrezione.
Quello che oggi voglio mostrarvi è, da una parte, descrivere queste tre esperienze e far vedere i rischi che si corrono quando queste esperienze sono assolutizzate – sono proprio dei rischi! – dall’altra parte, farvi vedere com’è possibile superarle, come è possibile uscire da queste circostanze per rinascere.
I. LA DELUSIONE
Che cos’è la delusione? Io sono stato deluso una marea di volte nella vita e penso anche voi.
La delusione nasce comunque da qualcosa di positivo che c’è in noi: l’esigenza di essere guardati, stimati, capiti, voluti. Solo che quest’esigenza di essere guardati e stimati può diventare non tanto il motore della nostra vita – l’esigenza di amore, tutti vogliamo essere amati – ma può trasformarsi a volte in un bisogno spasmodico di conferme affettive. Ciò accade quando non abbiamo chiaro chi è che soddisfa quest’esigenza di amore e di essere guardati.
Esistono due tipi di delusione:
1. Delusione superficiale
«Non mi risponde al messaggio!», per esempio. Quando qualcuno mi dice: «Mi hai deluso, perché non mi hai risposto al messaggio!», io mi arrabbio. Non siamo più ragazzini! Se uno non risponde al messaggio, evidentemente ha altro da fare; per esempio, io non rispondo quasi mai ai messaggi la sera. Questa delusione superficiale, sembra una sciocchezza, ma tutti abbiamo fatto l’esperienza di rimanerci male perché l’altro non ci risponde a un messaggio. Quando vi accade, vi innervosite come se l’altro non ci tenesse a voi. Ma si può basare su questo il vostro rapporto? Siete grandi! Dovete liberarvi da queste dinamiche da preadolescenti, non si può far dipendere l’amicizia da queste cose.
2. Delusione profonda
Per questa ci sono passato poche volte, ma quando è successo è stato molto doloroso: qualcuno in cui avevamo riposto la nostra fiducia non ci ricambia come noi ci aspettavamo.
Tante volte, le persone ci deludono perché noi riponiamo in loro delle aspettative troppo alte: chiediamo alle persone di darci qualcosa che loro non possono darci. Per esempio, non posso chiedere a Valerio di volermi bene come il mio cuore desidera, perché lui, che è un poveraccio come me, non ce la fa a volermi bene come io desidero, come io voglio essere amato, come io so che sarei soddisfatto. Ma non è colpa sua, non è lui che è cattivo; siamo tutti cosi: qualcosa di finito non può soddisfare il mio desiderio infinito. Solo che noi, siccome ci aspettiamo che l’altro ci risponda in un certo modo, come dico io, allora rimaniamo delusi. «Mi hai deluso, Valerio, perché non mi hai guardato come mi aspettavo, non mi hai trattato come mi aspettavo…!», magari ha sbagliato, ma quello che voglio sottolineare non è la delusione, ma il fatto che non posso buttare addosso all’altro un peso che lui non può portare.
Pensiamo che debbano essere i nostri amici a rispondere a queste domande infinite: essere guardato, stimato, amato… che son quelle più profonde, che ci fanno alzare dal letto la mattina. Chiediamo di essere accolti e stimati in un certo modo, però chiediamo ai nostri amici qualcosa che non sono in grado di fare, chiediamo ai nostri amici qualcosa che, in realtà, può darci soltanto Dio. Soltanto Dio può darci quel modo di essere guardati che noi desideriamo.
Per esempio, io ho un rapporto profondissimo con Atta. È ovvio che lui mi ha deluso, come io l’ho deluso certe volte, ma questo è stata un’esperienza necessaria perché la nostra amicizia crescesse. Meno male che lui mi ha deluso alcune volte! E quante volte magari da più giovane gli dicevo che mi aveva deluso. E lui mi rispondeva: «Ma che pretendi da me? Certo, posso cambiare alcune cose, però noi dobbiamo guardare a Dio, dobbiamo guardare da un’altra parte. Non sono io che ti posso soddisfare così come tu vuoi!»
A. Rischi
Ci sono, secondo me, due rischi:
Violenza / pretesa
Guardate che questo pericolo c’è, perché io dico a Valerio: «Devi volermi bene come dico io, devi volermi bene così come ho in mente io!». Questo genera violenza, e, soprattutto nell’altro, genera una non libertà, perché lui starà sempre a pensare che adesso Tizio ci rimane male e che deve fare questo o quello, sennò… Cioè il rapporto diventa violento, diventa un rapporto di pretese e non è più un rapporto libero.
Chiusura in noi stessi
Siccome le persone ci deludono, cosa facciamo? Ci chiudiamo in noi stessi, per paura di essere nuovamente delusi. Sono stato deluso tante volte, quindi meglio che mi faccia i fatti miei.
B. Soluzioni alla delusione
Voglio darvi alcune soluzioni pratiche a questo problema della delusione.
Apertura
Questa è una cosa che mi ha detto sempre Atta e che io non ho mai capito: ci sono altri che ti stimano. Se uno ti ha deluso e non riesce a partire l’amicizia, tu guarda invece a quelli che vogliono essere amici con te. A forza di vedere Valerio che non ti ha considerato come avevi in mente, magari ti perdi Fabrizio, che invece sta lì e brama la tua amicizia, la desidera. Ma c’è una piccola obiezione, perché dentro di me posso pensare: se io voglio bene a Valerio, voglio la sua amicizia e non mi importa niente di Fabrizio! Però poi alla fine ho capito ciò che mi diceva Atta. Non sappiamo fino in fondo il disegno di Dio e quali son quegli amici che ci sono dati. Noi abbiamo in mente che è Valerio, ma magari è Fabrizio! Quindi la prima soluzione che vedo alla delusione è apertura: prova con altri! Allora io provo con Fabrizio.
Ma se pure Fabrizio mi delude, cosa si può fare?
Guardare la povertà delle persone
Alla fine, la delusione ti fa crescere, perché ti fa domandare: ma chi è che non mi delude mai? Chi è che mi guarda sempre? Chi è che mi stima sempre?
Perché la delusione può essere un’esperienza di rinascita? Primo, perché ci apre ad altri, secondo perché ci fa capire che chi non ti delude mai veramente fino in fondo è solo Dio. E questo fa crescere.
Mi ricordo ancora oggi una volta che sono andato da Atta e gli ho detto esplicitamente alcune cose di lui che mi facevano soffrire. Alla fine, io mi sono dovuto mettere davanti a Dio perché mi arrabbiavo pensando: «Perché Atta non mi vuole bene? Perché mi delude, a volte?» Alla fine, mi son dovuto dire che chi non mi delude mai veramente è solo Dio, quindi quest’esperienza di delusione che ho fatto con Atta, mi ha avvicinato a Dio e mi ha fatto sentire più amico Atta. Tant’è vero che, in questi ultimi anni, la nostra amicizia è cresciuta molto di più. Continuiamo a deluderci a vicenda, però ormai ci facciamo compagnia nelle nostre povertà, nelle nostre miserie: è questo che rende bella l’amicizia. Ovvio, poi io continuo a deludere lui e lui continua a deludere me, però alla fine sappiamo che la nostra speranza è riposta in altro, non nelle nostre capacità, perché insieme stiamo guardando da un’altra parte, non ci stiamo guardando negli occhi io e lui. Se ci guardiamo negli occhi io e lui, poi inciampiamo, invece se guardiamo insieme da un’altra parte, il nostro camminare è più bello, più spedito, più luminoso, vediamo più cose.
II. L’ANGOSCIA
Iniziamo col distinguere paura e angoscia.
Paura è la paura di qualcosa che conosco: ho paura degli animali, dell’esame… La paura ha un oggetto preciso; l’angoscia no. Mentre la paura normalmente si affronta parlandone con qualcuno – «Valerio, ho paura dell’esame, mi dai una mano?» e insieme superiamo questa paura – l’angoscia no. L’angoscia infatti non è rivolta a qualcosa di preciso, ma si vedono solo gli effetti: inizio ad avere il battito accelerato, il respiro corto, la tachicardia… quest’esperienza di angoscia inizia insomma a diventare faticosa per alcuni, angoscia per la realtà che non riesco bene a definire.
Da che cosa sono dovute queste esperienze di ansia e angoscia che viviamo? Parlando con voi in questi anni e anche durante gli ultimi incontri, ho trovato alcune risposte. Vedo che voi siete angosciati, come me d’altronde, per queste cose:
1. Angoscia della performance
Il mondo ti dice che tu devi essere performante e tu ti preoccupi, perché sai di non essere performante, ma siccome devi raggiungere sempre gli obiettivi che il tuo capo ti pone, ti senti sempre indietro. Quindi ti viene l’angoscia, pensi di non essere buono, di essere fatto male, di non avere i doni che invece credevi, pensi che i tuoi limiti siano più grandi di te.
Questi sono proprio i criteri del mondo che entrano in noi. Io lo vedo benissimo nei miei amici che adesso hanno famiglie con tre o quattro figli, parlano di Gesù da una vita e poi quando li metti a lavorare nella banca d’affari, loro continuano a ragionare secondo i criteri del mondo, perché questa cosa della performance li angoscia.
2. Angoscia del futuro
Quando son tornato a Torino dopo le vacanze, avevo davanti tutto il futuro di un anno ed ero angosciato perché dicevo: ce la farò a farcela? Riuscirò ad arrivare vivo alla festa del Maggio in Oratorio e all’estate ragazzi dopo, per andare poi al mare? Si realizzeranno i miei sogni? Quello che io immagino della mia vita, si realizzerà veramente?
3. Angoscia per le tensioni
La terza fonte di angoscia sono le tensioni che ci portiamo dentro durante tutta la giornata. Ci portiamo dentro una marea di tensioni, di cui non sappiamo veramente il nome: magari un’amicizia che non è corrisposta; un amore che non riesce a sbocciare; una delusione che abbiamo vissuto; le invidie; le pressioni della gente… Sono tante cose messe assieme e tu senti che dentro di te lavorano e a cui pensi mentre magari sei lì a scuola a insegnare e ti torna in mente quella cosa che non è andata come volevi, quella persona che ti ha risposto male, quell’amicizia che non è come vorresti tu… È un tira e molla e tu senti dentro, sei un po’ sempre martoriato.
A. Rischi
Blocco
Il rischio dell’angoscia, che vedo che molti vivono, è che l’angoscia può addirittura bloccarti. Cioè, tu non riesci più a fare niente, non riesci più neanche a uscir di casa, ti blocca anche fisicamente. So che sto parlando di cose che magari qualcuno vive, anche estremamente dolorose e personali. Le ho viste, queste cose, anche in me alcune volte. Ho in mente oggi pomeriggio, che ero molto stanco e dovevo far catechismo con quinte elementari, prime e seconde medie – cinquanta bambini! – ed ero veramente bloccato. Mi dicevo: adesso devo andare, ma non riesco, però devo, perché se non ci vado è un pasticcio. L’angoscia ti blocca davvero.
B. Soluzioni
Rischiare
Spiego cosa intendo: uno magari può avere la paura del futuro. Per esempio, eravamo a una cena e c’era Perla che doveva andare in Inghilterra e diceva: «Ho l’angoscia, devo andare là e mi domando: ce la farò? Mi capiranno? Sarò brava a guardare i bambini? Non l’ho mai fatto!» E poi mi ha chiesto: «Ma tu come faresti?» Io le ho detto: «Guarda, fin quando non rischi veramente, non scopri quali sono tuoi doni! Non scopri come sei fatto, non scopri i tuoi limiti!».
Però, attenzione, questo rischio che uno si deve prendere, deve essere ragionevole; io non sto dicendo: buttatevi, come dire ho l’angoscia del vuoto, allora mi butto nel vuoto! No! Deve essere un rischio ragionevole, pensato, magari anche confrontato con qualcuno. Per esempio se viene Fiore a dirmi che deve andare in Giappone per scoprire la sua vocazione, ma ha un po’ di timore, io non gli dico Fiore vai, anzi, lo dissuado! Deve cioè essere un rischio ragionevole, non può essere un rischio cosi, da diventar pazzi. Dopo un confronto con qualcuno, è giusto assumersi un rischio, perché tanto una certezza sul futuro tu non l’avrai mai prima; c’è sempre una componente di rischio, la certezza ce l’hai solo dopo.
Altro esempio: io dovevo entrare in seminario; avevo tremila segni che mi dicevano che quella era la mia strada, tremila, ma non ce la facevo, ero bloccato! Però era ragionevole rischiare, facevo la verifica da tre anni! C’è sempre una componente di rischio che uno si assume e che poi si chiarisce dopo. Io dopo la scelta che ho preso ho constatato che è stato ragionevole rischiare, ma se non avessi avuto Atta o altri sacerdoti che mi hanno aiutato, non avrei mai rischiato. Loro mi hanno proprio detto: «Guarda, è ragionevole, vai!»
Essere, non fare
Cioè: riposo. Noi tante volte crediamo che la nostra consistenza sia nel fare. Dobbiamo fare: sono una brava maestra se faccio questo; sono una brava studentessa se faccio l’esame; sono un bravo lavoratore se faccio questa cosa fatta bene… No! La nostra consistenza non può essere nel fare, ma nel fatto che noi siamo dei figli amati.
Tante volte pensando a me come sacerdote, dico so fare questo, non so fare questo… Ma alla fine quello che conta è che io mi ricordi che ho un Padre che mi ama, questo mi rilassa. Per ricordarsi di questo, ci devono però essere dei momenti in cui non fai, ma sei, cioè ti riposi.
Ciò non vuol dire non fare niente nella giornata, ma prendersi durante la settimana alcuni momenti reali di riposo. Momenti di preghiera o magari una passeggiata con un amico a vedere la natura. Ecco, la natura riposa un sacco, io dico sempre che mentre la gente ti educa alla carità, la natura ti educa alla gratuità. La gente ti sottopone problemi: la vecchietta che arriva in sagrestia ti pone un problema e ti educa alla carità; la natura ti educa alla gratuità perché un albero non ti parla, tu lo devi soltanto accogliere e questo ti riposa. Tante volte io vado sul Po, mi siedo su una panchina, mi metto davanti a un albero e lo contemplo perché è bello. Ma questa gratuità poi mi aiuta a vivere anche la carità, mi aiuta anche ad accogliere gli altri, mi aiuta a fare.
Quindi, il consiglio che vi do – consiglio pratico per chi studia, per chi lavora… – è: prendetevi dei momenti durante la settimana in cui andare a fare una bella passeggiata, magari pregate un po’ e vi ricordate che la vostra consistenza è nell’essere figli amati, nel ricordarci che c’è un Padre che ci ama e non nella performance che dobbiamo raggiungere.
Il santo sonno
Dovete dormire! Se voi dormite quattro ore a notte, è normale che poi siate angosciati la mattina. A questo proposito, volevo leggervi un testo bellissimo che mi ha proprio illuminato. È di Etty Hillesum, un’ebrea che forse si è convertita al cattolicesimo e ha scritto un diario bellissimo; sentite cosa dice sul sonno a fine giornata:
Allentare la presa spasmodica sulla giornata; credo che molti stringano una parte della giornata in aridi, stretti artigli, persino di notte. Ci dovrebbe essere un atto di cedimento, rilassamento ogni sera: lasciare andare il giorno con tutto quello che contiene e congedare tutto ciò che non si è riusciti a concludere a dovere in quella giornata, sapendo che arriverà un altro giorno. Si deve, per così dire, attraversare la notte con mani vuote e aperte, mani dalle quali si è lasciato andare volontariamente il giorno e solo dopo si può riposare. E in quelle mani riposate e vuote, che non hanno voluto trattenere nulla e nelle quali non c’è più alcun desiderio, ognuno di noi al risveglio riceve un nuovo giorno.
Da quando ho letto questo pezzo, io tutte le sere, invece di andare a letto subito come un cane – entro in camera e mi schianto a letto – ho un momento di coscienza. Mi metto davanti all’immagine di Gesù, faccio l’esame di coscienza, come ci ricordava sempre Perla, penso a tre cose che ho sbagliato nella giornata e per cui chiedo perdono al Padre e tre doni che Lui mi ha fatto. E in un certo senso io, anche fisicamente, sento che dentro di me certe cose si staccano. «Signore, non conta ciò che di bene o di male ho fatto, conta che tu ci sei» così mi metto a letto e dormo in pace. Questo è il santo sonno: prima di andare a letto la sera come i cani nella cuccia, fermatevi un attimo davanti a un’immagine sacra e consegnate la giornata che avete vissuto nel bene o nel male. Lasciatela andare, affidatela a Dio. Domani arriva un altro giorno.
III. IL DOLORE
Ognuno di noi si porta nel cuore delle ferite e il dolore. Ognuno di noi conosce le ferite che ha, alcune sono grandi, altre meno profonde, però penso che ciascuno ne conosca bene i contorni. Se vi domandassi: qual è la ferita che ti porti nel cuore? Ognuno di noi direbbe sicuramente almeno una cosa e la direbbe chiaramente, non direbbe una cosa ipotetica, vaga, ma una cosa precisa.
Tante volte, queste ferite e questi dolori li mettiamo nel cassetto, ma poi, non si sa come mai, escono fuori. Provi a chiudere il cassetto, ma questi escono di nuovo fuori. Io ho perso mio padre quando avevo 11 anni, adesso ne ho 35, sono 24 anni. Pur avendo trovato un inizio di risposta a questo fatto drammatico della mia vita, di tanto in tanto il ricordo suo mi fa soffrire. Mi ricordo della sua morte e mi fa soffrire. Per quanto io possa pregare, offrire sante messe… questa cosa è rimasta lì e me la devo vedere io.
Io penso che queste ferite nascano da tante cose: quelle più profonde nascono dalla morte, dall’abbandono, da qualcosa che finisce – per esempio aver lasciato Napoli, quella è una ferita che mi è rimasta aperta, perché è stato l’abbandono di una città e di un popolo a cui sono particolarmente legato – oppure nascono dai peccati e dagli errori che noi abbiamo commesso. Voi siete ancora giovani, io però inizio a sentirmi dalla parte dei più grandi, inizio a guardare indietro e forse vedo più errori, perché magari ho fatto soffrire delle persone. Vedo gli errori che ho fatto nella mia giovinezza, che una volta ritenevo solo cavolate, alla fine ho capito che hanno generato sofferenza nelle persone. Guardate infatti che anche fare del male a qualcuno genera una ferita in noi. Per esempio, quando tornavo a casa la mattina presto dalla discoteca, io ridevo – anche quando lo raccontavo! – di mia mamma che mi accoglieva davanti alla porta, adesso invece riconosco che questa donna io l’ho ferita! Oppure le ferite nascono dal male che ci è stato fatto in maniera più o meno cosciente dai nostri amici.
Voglio dire subito questa cosa: certe ferite si rimarginano solo in Paradiso. È impossibile che si sanino qui su questa terra e in questa vita. Io penso per esempio che questa ferita della morte di mio padre, me la porterò dentro fino al letto di morte. Non c’è padre spirituale che possa sostituire la presenza del mio padre carnale; certe ferite si sanano soltanto in Paradiso, dove capiremo il senso di quelle ferite, il senso di quel dolore. Quando saremo davanti a Dio, potremo chiederglielo: perché mi hai tolto mio papà? Perché hai fatto accadere questa cosa? E lui ci risponderà in maniera chiara. Adesso abbiamo soltanto degli inizi di risposta, solo degli inizi.
A. Rischi
Mancanza di fiducia
L’abbiamo detto prima: quando qualcuno ci ferisce, è difficilissimo tornare a fidarci; è molto difficile perché pensi sempre che prima o poi ti ferirà anche l’altra persona. Questo in un certo senso è ragionevole, è inevitabile che sia così perché quando uno ti ha fatto del male, prima che tu torni veramente a fidarti, ci vuole del tempo. Secondo me, però, bisogna stare attenti e a poco a poco bisogna iniziare un po’ a rischiare, aprirsi con qualcuno, iniziare un rapporto di fiducia, perché altrimenti si resta soli. Magari iniziare da una, due persone, non sto dicendo di aprirsi in maniera dissennata con tanta gente, ma a poco a poco si re-impara la fiducia, si re-impara ad aprire il cuore, a consegnare il cuore. Quando consegni il tuo cuore a qualcuno, cioè gli mostri il fianco, rischi che quello lì non capisca e ti faccia del male, quindi per tornare a fidarti ti ci vuole molto tempo. A poco a poco, però, è giusto tornare a farlo.
Vittimismo
Recentemente stavo parlando con un ragazzo che voleva giustificare certi suoi errori con i problemi che aveva, con le ferite che aveva. Io gli ho detto in modo brusco: «Tutti abbiamo i problemi!». Questa è una cosa che ho capito in confessionale: quando mi metto lì, carico dei miei problemi, delle mie ferite e vedo arrivare le ferite della gente, le mie, a confronto mi sembrano niente, zero. Quando senti la gente che è veramente stata ferita, capisci che le tue ferite – almeno personalmente – sono poca cosa. Tutti siamo feriti, tutti ci portiamo dentro delle ferite. Non sono l’unico che le ha e questo mi fa guardare in modo diverso gli altri, mi fa guardare in modo diverso anche i miei problemi. Siamo tutti sulla stessa barca, cioè stiamo insieme per guardare queste ferite!
B. Soluzioni
La vita comune
L’antidoto più bello alle ferite che abbiamo è la vita in comune. Siamo tutti feriti e Dio ci ha messo assieme per prenderci cura delle ferite gli uni degli altri; questo è sommamente vero nel matrimonio, ma anche nella vita in comune che facciamo tra di noi. Se io penso al rapporto tra me e Atta, inizio a capire che diventa sempre più profondo perché io so che Dio mi ha dato Atta per sanare la ferita che ho nel cuore, sia quella di un padre a cui guardare, sia anche tante altre piccole ferite. La vita comune ci aiuta veramente, perché queste ferite possono spurgare, cioè possono venir fuori e venire sanate.
La missione
Quando è morto mio papà, don Massimo è stato il primo a darmi una risposta, dopo 15 anni, e mi ha detto: «La morte di tuo padre ha messo nel tuo cuore un desiderio di amare e di essere amato che ti porterà fino al sacerdozio». Questo è stato il primo momento in cui ho capito che quella ferita che ho mi può aiutare davvero ad andare verso gli altri che magari hanno la mia stessa ferita o altre ferite. Così posso dire a questi altri: «Guarda che Dio queste ferite le cura, come si è preso cura della mia!» Cioè, alla fine, queste ferite ti aprono alla missione, a incontrare gli altri, ad andare incontro agli altri, a vedere altri che hanno la tua stessa ferita per dir loro come tu l’hai superata o per chiedere loro aiuto.
Si ritorna al concetto per cui alla fine Dio ci ha donato gli uni agli altri per curare le nostre ferite; prendere coscienza delle nostre ferite ci aiuta a incontrare altri.
Io ho capito questa cosa di mio papà con don Massimo e una volta ho celebrato un funerale di un papà di due ragazzini che avevano 10 e 12 anni – cioè proprio la mia età quando è mancato mio padre – ho fatto un’omelia che ha zittito le 500 persone presenti. Nessuno parlava, perché io stavo raccontando la mia esperienza; mi ha impressionato, perché se non ci fosse stata la morte di mio padre, non avrei potuto incontrare lì gli altri.
Leggere il Vangelo
Purtroppo è una cosa che si fa poco, ma dedicate un tempo di lettura al Vangelo, andate a vedere le sofferenze che Cristo ha dovuto patire. Questo vi farà rendere conto che, in un certo senso, quelle ferite che noi ci portiamo dentro le ha vissute già Gesù e quindi non siamo da soli a portarle. Anzi, tutte le nostre ferite e i nostri dolori sono sotto lo sguardo di Dio; Dio li guarda, sa qual è la cosa su cui facciamo fatica, sa qual è la ferita che ci portiamo dentro. È solo guardando alla passione e morte di Gesù che il dolore inizia a trovare un senso, perché ci rendiamo conto che in questa sofferenza non siamo da soli. Accanto a noi c’è Gesù sofferente. Quando ho dovuto portare certi pesi e leggevo il Vangelo, per esempio la salita al Calvario di Gesù con la Croce, capivo che stavo vivendo la stessa sua esperienza e quindi non ero da solo. Quando noi uniamo a Gesù e alle sue sofferenze ogni ferita che abbiamo dentro, in maniera misteriosa quella ferita diventa strada per una resurrezione, come Cristo stesso è risorto. Non si sa come questo sia possibile, ma ho fatto l’esperienza – mettendomi davanti al Vangelo in cui ho letto l’angoscia di Gesù nell’orto degli ulivi, di Gesù che porta la croce – che le mie paure, le mie angosce, le mie ferite erano lì con Lui, in quello stesso istante, sul Calvario.
Questo è difficile da capire, ma non c’è modo migliore che iniziare a prendere in mano il Vangelo e leggere la storia di Gesù. Vi renderete conto che non siete da soli a soffrire; anche Cristo ha sofferto e potete unire la vostra sofferenza a quelle di Gesù. Iniziate a offrire le fatiche che vivete. Per il bene dei vostri amici, per esempio, per la vostra famiglia, per certe situazioni. Come si fa? Basta dire: «Signore, ti offro questa fatica e questa sofferenza per quella persona, per questa cosa che non capisco, per questo esame che devo dare» e così via. In modo misterioso, il Signore prende queste fatiche e sofferenze e le usa per il bene degli altri. E quando arriveremo in Paradiso vedremo a cosa sono servite, come vedremo anche quanto ci avranno aiutato i sacrifici che i nostri amici e i nostri genitori hanno fatto per noi, e vedremo che quella situazione che abbiamo superato, in realtà, non è stato merito nostro, ma è dovuta dall’offerta dei nostri cari.
