E’ dalla crepa che entra la luce

1. La luce spende nelle tenebre

Desidero cominciare dalla testimonianza di una persona che si sta avvicinando alla fede dopo essersene allontanato per diverso tempo. Le sue parole possono farci tornare alla mente un cammino analogo fatto da ciascuno di noi:

Spesso mi sento come gli uomini del mito della caverna descritti nel mito della “Repubblica” di Platone: sono con le spalle alla luce e vedo riflesse davanti a me le verità che cerco, ma sono ombre. I contorni non sono chiari e sono più le cose che non capisco di quelle che comprendo. Ciò che mi fa credere che quelle ombre non siano fantasmi sono i volti luminosi di quelli che, rivolti al contrario, vedono fuori dalla caverna, vedono la luce: i testimoni. I loro volti sono quelli che mi fanno credere. Sono stato nel convento di Saint-Oyen: quelle suore, apparentemente fuori dal mondo, hanno i volti luminosi.

Noi ci avviciniamo alla luce di Dio attraverso la testimonianza di volti che ci portano la luce di Dio più vicina. Giovanni Battista era un testimone che avvicinava molti alla luce di Cristo. San Giovanni evangelista desidera fare altrettanto. Questi due grandi testimoni sanno bene di non essere loro la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Solo Cristo è la luce vera. «Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo» (1 Gv 1, 9). Questa luce splende nelle tenebre (Gv 1,5). La luce di Cristo cioè non vince di colpo, magicamente, le tenebre che ancora abitano in noi e in chi ci sta accanto. Sulla terra la luce di Cristo convive con le tenebre.

Avendo iniziato a seguire Cristo stiamo uscendo dalle tenebre. Abbiamo incontrato dei testimoni attraverso cui la sua luce ha potuto raggiungerci: nel matrimonio, in un’amicizia, nella nascita dei figli, in volti luminosi come possono essere quelli delle suore di clausura di cui parlava la testimonianza, nel sorriso di un bambino o in mille altri modi. Ci siamo sposati perché abbiamo visto nella moglie o nel marito una luce.

A volte però capita che questa luce sia offuscata dalle tenebre del nostro peccato o dalle tenebre del peccato di chi ci sta accanto. Si tratta di un’obiezione che più volte risorge e che spesso ci fa mettere in dubbio la bontà del cammino che abbiamo intrapreso. Ad esempio, una di voi ha domandato: «Gesù chiama a sé dei peccatori come Levi e la prostituta. Loro smettono di peccare. Gesù chiama anche noi, ma seppur vogliamo seguirlo continuiamo a peccare».

Spesso chi si confessa infatti dice che fa sempre gli stessi peccati ed è scoraggiato. Ha perso la speranza verso se stesso.

Se si legge il Vangelo – e il mio augurio è che nasca da questi incontri un forte desiderio di leggerlo – si vede che gli apostoli continuano a peccare anche dopo l’incontro con Cristo. Cristo però non perde la speranza che i suoi discepoli possano diventare santi. Venendo nel mondo, la luce di Cristo ha deciso di splendere nelle tenebre. In tutte le tenebre, anche in quelle che sono in noi.

Nelle lezioni precedenti abbiamo scoperto che il Verbo si è fatto carne, perché, amati, imparassimo a riamare; perché questo amore riaccendesse in noi la speranza; perché la sua testimonianza ci rendesse certi dell’eternità che comincia sulla terra. Gesù è venuto per seminare nei nostri cuori la fede, la speranza e la carità. Per fare questo però deve liberaci dalle tenebre del male.

«Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3, 8).

Se pensare a Gesù vi appare ancora astratto, pensate alla luce. Tutte le volte che venite illuminati su qualcosa, è il Verbo che è Luce. Se pensare a Gesù vi appare ancora distante, allora pensate alla vita, perché, tutte le volte che la vita in voi risorge, è Gesù. Egli è la Vita di ogni uomo. Quando Gesù appare a San Paolo sulla via di Damasco gli dice: «Ti mando ai pagani perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio» (At 26, 17). L’uomo senza Cristo vaga nelle tenebre. Questo è espresso benissimo in un film del 2022 del regista coreano Chan-Wook, Decision to leave. Tutto il film è ambientato nella nebbia. Cosa rappresenta? È un’immagine perfetta dell’uomo senza Cristo. L’uomo vaga nella nebbia, nelle tenebre.

Il protagonista è un detective molto meticoloso, molto dedito al suo lavoro, si impegna con tutto se stesso per dipanare il mistero e, alla fine, scopre anche l’assassino.

Questo detective riesce bene nel suo lavoro, ma chi sia lui nel profondo, chi siano le persone che incontra, che senso abbia la sua vita, rimane un mistero insolubile. Tutto è ovattato di nebbia.

L’uomo non vuole vivere nelle tenebre. È fatto per la luce. Cerca la luce. Inventa così tanti modi per liberarsi dalle tenebre del male: la psicologia, la medicina, i giudici, l’educazione. Tutte cose che, se pensate secondo le leggi della creazione, sono buone. Tuttavia non possono mai liberare in maniera definitiva l’uomo dalle tenebre del male. Continuiamo a farci la guerra, a peccare, a farci male. Per liberarci dal male è necessario Cristo. Se avessimo avuto le forze per liberarci dal male e dalla morte con le nostre forze, la sua discesa in mezzo a noi non sarebbe stata così necessaria. Avremmo potuto vivere bene anche senza di lui. E invece senza di lui, vaghiamo nelle tenebre, stiamo male, rimaniamo schiavi del peccato la cui origine ultima è il demonio.

2. La potenza di Gesù

Come può avvenire in noi questa liberazione dal male? Facciamo un esempio. Immaginiamo un giardino. In questo giardino ci sono dei fiori molto belli: azalee, begonie, rose, ortensie, rododendri, ciclamini, non ti scordar di me. Ci sono molte fragranze e colori. Questo rappresenta il bene che è dentro di noi, tutti i pensieri buoni: la speranza, la fede, l’umiltà, la carità. Poi c’è un’altra parte del giardino dove ci sono i rovi, le spine, la zizzania, la gramigna, le ortiche. E questa parte rappresenta il male dentro di noi: l’ira, la disperazione, il desiderio di primeggiare, l’orgoglio, la lussuria, ecc. Poi c’è l’acqua. L’acqua è la forza che Dio ha dato alla nostra anima. Il segreto per vincere il male è incanalare l’acqua verso i fiori, i quali essendo irrorati si riempiono di vita, fioriscono così che possiamo godere della loro bellezza e della loro fragranza. E cosa accade ai rovi? Si seccano. Se non sono innaffiati, i rovi seccano. Le radici rimangono, ma i rovi si seccano. Il segreto è mandare l’acqua nella parte sana del giardino. Non curarsi dei rovi. Facciamo un esempio concreto. Uno si arrabbia spesso con la suocera (o con la moglie, il marito, il figlio, il confratello, il capoufficio). Ma Gesù nel Vangelo ci comanda di non lasciarci vincere dall’ira. E questa persona, che ha incontrato Gesù, si impegna a seguire la parola del Vangelo. Fa buoni propositi, prega: «Gesù liberami dall’ira che mi possiede perché ogni volta che vedo mia suocera è più forte di me e nascono in me pensieri cattivi nei suoi confronti». Si mette a pregare di essere liberato dall’ira ed è una cosa buona (non è buono invece se si mette a pregare di essere liberato dalla suocera). Ma cosa accade se ci limitiamo a pregare di essere liberati dall’ira contro una persona? O veniamo liberati miracolosamente dall’ira, e può succedere, oppure, come capita più sovente, Dio non ci toglie subito tale sentimento. In questo caso, più si prega di essere liberati dall’ira, più si pensa alla persona con cui si è arrabbiati. Più ci si sforza, più ci si pensa. E, più ci si pensa, più si finisce per arrabbiarsi. Così una cosa santa come la preghiera ci si rivolta contro. Questo significa combattere il male affrontandolo frontalmente. E chi affronta il male così, rimane scornato. Continua a pensarci, il male domina la sua vita interiore. È come se buttasse acqua nei rovi e nelle spine e poi sente male perché questi crescono e pungono. Il modo più sicuro per vincere una tentazione che insorge ripetutamente è non curarsene. Il segreto è spostare l’attenzione da un’altra parte. Ogni volta che il pensiero della suocera si riaffaccia, si può recitare una frase di un salmo «O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto» oppure leggere un salmo. E può capitare, mentre si legge il salmo, che per grazia ci si dimentichi della suocera e si venga liberati dall’ira. Buttare l’acqua verso il bene significa volgere l’attenzione a ciò che è buono, vero, bello e giusto. Pensate al brano della scrittura che dice: «Chi […] si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male, costui abiterà in alto» (Is 33, 15-16). Cosa significa? Significa che la sua anima volerà in alto.

Questo metodo lo possiamo vedere chiaramente guardando ai bambini. Un bambino piccolo ha la tentazione di mangiare molto cioccolato, ma gli farebbe male. La mamma allora cosa fa? Lo distrae. Il bambino chiede il cioccolato alla mamma e lei lo distrae con un gioco. Così il bambino si dedica al gioco e non pensa più al cioccolato. Anche noi dobbiamo fare così. Dobbiamo aprirci a Cristo: spalancare la finestra alla luce di Cristo. Non dobbiamo combattere il diavolo prendendolo per le corna perché è più forte di noi. Solo Cristo può liberarci dal male. Noi non possiamo vincere contro satana. Il racconto di Adamo ed Eva esprime senza dubbi la profonda consapevolezza della rivelazione che l’uomo non può vincere le tentazioni con le sue forze. Tutto l’antico testamento dimostra questo. Tutti, prima o poi, tutti gli eroi della Bibbia cedono al male, cadono in tentazione. Non è un caso che il primo miracolo del vangelo di Marco sia un esorcismo. Gesù è venuto a liberarci dalle tenebre del male, perché noi non ne siamo capaci.

Un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui (Mc 1, 23-26).

Qui si vede la potenza indiscutibile di Gesù. Se noi diciamo alla nostra ira: «Taci, esci da noi!» non otteniamo niente. Gesù invece possiede questa forza. Infatti, tutti rimangono stupiti dal fatto che un uomo comandi a degli spiriti demoniaci e loro ubbidiscano. Gli esorcismi compiuti da Gesù non riguardano solo il tempo in cui Gesù si è incarnato, riguardano anche noi. Questa testimonianza lo spiega bene.

Durante un intenso periodo di litigio con mio marito mi è tornato in mente il Salmo: «Mio Dio vieni a salvarci, Signore vieni presto in nostro aiuto». L’ho recitato con intensità, ripetutamente per circa un quarto d’ora, perché il turbamento interiore era molto forte. Poco tempo dopo tutte le ombre e tutti i pensieri che mi hanno assillato per giorni sono svaniti, hanno perso tutta la loro consistenza e si sono dileguati nel nulla lasciando pace sia nel mio cuore che in quello di mio marito.

Non si diventa santi dando la caccia al male. Si diventa santi con la preghiera, imparando a memoria i salmi, imparando a memoria la scrittura, imparando a memoria i detti dei padri della Chiesa, imparando a memoria i canti. Se nella nostra anima (pensieri e sentimenti) abita la luce, noi vinciamo le tenebre.

Vorrei qui aprire una parentesi. Non è il punto centrale di questa riflessione, ma quello che sto dicendo è anche il segreto dell’educazione, della leadership, del governo, della paternità e maternità, della guarigione psicologica, della guida di altre persone. Su questo è illuminante un intervento di Madre Cristiana Picardo, che di fatto è stata la rifondatrice dei monasteri femminili di clausura trappisti, prima in Italia e poi nel mondo. È una donna che oggi ha 95 anni. Ha riformato l’ordine di clausura di Vitorchiano e poi è partita per il Venezuela come una suora qualsiasi ed è lì da 40 anni.

Ogni volta che nella relazione umana non si sottolinea il limite, la povertà o la debolezza dell’altro, ma si dà comprensione ed amore, si rende l’altro più capace di essere se stesso, più capace anche lui di libertà e di gratuità. Questa è la pedagogia che dobbiamo applicare per educare le nostre giovani a una vera libertà, che riceva dalla infinita libertà di Dio la gratuità della sua esistenza. Se si continua a sottolineare il limite e il difetto non si educherà mai alla vera libertà. Questo si potrà fare solo aiutando l’altro a riconoscere il dono di grazia ricevuto da Dio, a svilupparlo e a manifestarlo (Madre Cristiana Piccardo, Pedagogia della libertà, in Tempi 31/1/23).

Cristo ci libera dal male con uno sguardo di stima e di amore verso di noi. Con uno sguardo che non è spaventato dei nostri limiti e dei nostri peccati. Se si continua a sottolineare il limite, il difetto, non si educherà mai alla libertà. Questo non significa che non si deve spiegare che cos’è il male o correggere quando è opportuno, ma la vera libertà si desta nell’altro solo aiutandolo a riconoscere il dono di grazia ricevuto da Dio, a sviluppparlo e a manifestarlo. Questo significa essere madri e padri. Ma se dentro di noi poniamo l’attenzione al male, invece che far entrare la luce, faremo così anche con chi ci sta accanto.

Ecco perché la cura della vita interiore è così importante, perché ha ricadute positive o negative su tutta la nostra esistenza.

3. Camminare nella luce

Riassumiamo il cammino fatto fin ora. Il primo passo è stato la scoperta che il Figlio di Dio è venuto a liberarci dalle opere di satana. Noi da soli non possiamo riuscirci. Il secondo passo è che la liberazione dal male avviene facendo entrare la luce di Gesù nella nostra anima. L’ultimo passo che faremo questa sera è che questa liberazione, normalmente, non avviene di colpo ma attraverso un lungo cammino. Se si leggono bene le scritture si vede che i discepoli non hanno incontrato Gesù e subito si sono convertiti e sono diventati santi. Hanno invece fatto un cammino di conversione. Sant’Agostino dice che Gesù è venuto perché potessimo camminare nella verità, camminare nella luce. Non avviene tutto di colpo, magicamente, c’è un cammino da fare.

Affinché questo cammino sia realistico abbiamo più volte richiamato l’indicazione di Chiara Corbella: piccoli passi possibili. Questo insegnamento delle tre P può destare un grande fascino perché accende in noi la speranza di potercela fare. Lo stesso insegnamento può essere però considerato limitante perché si vede in esso un inno alla mediocrità. Se Cristo ci chiede di lasciare tutto per seguirlo, che senso hanno i piccoli passi possibili? Non finiamo per reprimere le grandi aspirazioni che il Padre ci ha messo nel cuore?

A partire da queste due posizioni, cerchiamo ora di mostrare come non siano in realtà contradditorie. L’ideale non è fare piccoli passi possibili. L’ideale è amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente e il prossimo come se stessi. Il nostro ideale è che il nostro cuore arda tutto di amore per Dio e per i fratelli! Però, perché questo ideale non sia velleitario, ma possibile, ecco il senso della frase piccoli passi possibili.

Facciamo qualche esempio sull’amore ai fratelli. L’ideale è avere sempre un dialogo fraterno, vero, pieno di carità e di amore con il marito e la moglie, con i confratelli e le consorelle. Perché questo non rimanga lettera morta, lì come su una nuvola, per dialogare veramente con i fratelli si può pianificare con chi ci sta accanto un incontro settimanale dove ci si ferma e ci si parla con calma. Perché senza questa educazione difficilmente ci sarà un dialogo autentico. L’ideale non è l’incontro settimanale, un piccolo passo possibile, ma dialogare sempre. L’ideale è imparare a dialogare sempre, a fare silenzio e a parlare quanto è utile e costruttivo. L’ideale è amare tutti con gratuità. Tuttavia perché questo diventi possibile, magari bisogna impegnarsi due ore alla settimana nel doposcuola o fare il volontario alla Caritas. L’ideale non è fare il doposcuola o il volontario alla Caritas. L’ideale è amare tutti gratuitamente, amare tutto il mondo. Ma come si può amare tutto il mondo se non si inizia da quelli che vivono con noi, dalla nostra casa? Il rischio è che alla fine non si ami nessuno. Si può amare tutti solo attraverso un percorso pedagogico, possibilmente accompagnati, magari insieme ad altre famiglie, così ci si può confrontare. In questo percorso, fatto di piccoli passi possibili ci si aiuta ad amare veramente.

Soffermiamoci ora sull’amore a Dio.

Una di voi ha domandato: «Tu dici che si può amare Dio sentendolo vivo, come una persona, conoscerlo come un amico. Ma come posso amarlo concretamente? Per un amico posso fare regali, cucinare, scrivergli un biglietto, abbracciarlo. E con Dio? Come manifesto il mio amore per lui?». Un’altra domanda chiede: «Alla fine che cos’è la fede?». Dio è vivo e la fede è il rapporto personale con lui. Ecco perché è importante conoscere Gesù perché ci svela il volto del Padre, ce lo rende famigliare, immaginabile, pensabile. Come possiamo avere un rapporto con Gesù come lo abbiamo con un nostro amico? La strada è quella di pregare sempre, non solo aprirsi cinque minuti al giorno all’amore di Dio. Tuttavia, se uno non prega mai, deve iniziare da cinque minuti al giorno. Bisogna iniziare da un passo per arrivare al sempre. E quali sono i passi per amare Dio? Qui di seguito suggerisco un elenco, non esaustivo che può aiutarci ad amare Dio e arrivare a pregare sempre, che è l’ideale proposto dal Vangelo. C’è un ordine ma, ad esclusione del primo e dell’ultimo passo, potete partire da dove volete.

  1. Ripetere una Giaculatoria: «O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto». Questo è il primo passo per amare Dio. Questa preghiera richiede pochi secondi, è accessibile a tutti. Nessuno può dire che non ha tempo. Si può anche scegliere un’altra giaculatoria da ripetere nella giornata. Questo primo passo è uguale all’ultimo, perché per pregare sempre la giaculatoria dovrebbe diventare quasi naturale.
  2. Dire una decina del rosario.
  3. Recitare un Salmo.
  4. Imparare a memoria un Salmo.
  5. Dire un rosario.
  6. Aprire e leggere il Vangelo (su questo si veda il brano di Madeleine Delbrêl su come avvicinarsi al Vangelo).
  7. Ascoltare un audio di qualche autore spirituale (es. Madre Corradini del Monastero di Piacenza).
  8. Studiare Cristo. Molti non conoscono la vita di Gesù. Allora si possono leggere le scritture e gli autori che le commentano. È bellissimo!
  9. Se non si è riusciti a fare niente! Non abbiamo pensato a Dio neanche cinque minuti in una settimana, allora ci si può confessare. La Confessione è una grande liberazione. Arrivare a capire che non abbiamo amato Gesù, lo confessiamo e sperimentiamo il suo abbraccio. È il primo grande passo per iniziare ad amarlo.
  10. Fare spesso la Comunione.
  11. Fare l’Adorazione eucaristica. Ora è anche disponibile nella Cappellina a Santa Giulia.
  12. Pregare continuamente. Fare la preghiera continua. Questa significa che quando non lavori preghi e quando non preghi, lavori e non ti distrai. Intendendo qui per lavoro qualsiasi attività necessaria o utile.

Questi passi ci aiutano ad avvicinarci alla preghiera continua. Questa si raggiunge attraverso l’umiltà. L’umiltà ci consente di non distrarci, perché non si pensa che si dovrebbe essere in più posti contemporaneamente. Se mentre prego o lavoro mi distraggo può essere per stanchezza ma spesso è per l’orgoglio di pensare che sono indispensabile in molti posti.

San Cassiano dice che il monaco orgoglioso, pur abitando in una cella, vaga con la sua mente immaginandosi di fare il giro di altri monasteri e con la forza della sua parola di convertire molte persone. Io che faccio il prete mi alzo al mattino e inizio a pensare a cosa devo dire a uno e a cosa insegnerei a un altro. San Cassiano mi ha fatto capire che spesso questi sono pensieri d’orgoglio, e siccome sono ben lontano da essermene liberato, li uso per andare a Dio, dicendo «O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto», leggo i salmi, oppure mi metto a studiare e a meditare così il pensiero che mi distraeva svanisce. Ho bisogno di avere qualcosa di materiale a cui attaccare la mente, e allora è più facile che la distrazione non mi prenda. Ho più volte citato Santa Teresa d’Avila, una grandissima mistica, che dice «mi metto a pregare ma la distrazione non mi molla, poi apro un libro e di colpo l’anima si eleva a Dio».

Essere umili significa chiedere sempre l’aiuto di Dio e riconoscere che è la grazia di Dio che ci libera dal male.

Se apriamo la finestra della nostra anima a Cristo egli ci illuminerà e ci darà la forza di vincere il male secondo un tempo e un disegno che non è nostro. Si inizierà a fare l’esperienza di cui parla San Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). Perché quando si fa qualcosa di buono, quando non si assecondano le passioni, l’ira, il risentimento verso qualcuno che ci ha fatto del male, questo non viene dalla nostra forza. Da qui nasce la gioia di vincere se stessi. E la pace che si prova interiormente, la pace che nasce dal non seguire il proprio istinto prevaricatore, la pace che nasce dal vincere su noi stessi, ci rende capaci di costruire un luogo di pace intorno a noi. Ma tutto questo non viene da noi, viene dalla grazia di Cristo. Bisogna dare piena fiducia alla grazia: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Non chiunque è umiliato, ma chiunque si umilia interiormente riconoscendosi debole e bisognoso di aiuto. Chiunque si umilia, chiedendo l’aiuto di Dio – come nel caso del paralitico, dell’emorroissa, di tutti i malati del Vangelo – sperimenterà la grazia di essere liberato dal male.

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