Siamo amati, per questo possiamo amare

Qual altro fine più grande ha la venuta del Signore se non la manifestazione dell’amore di Dio per noi? Se poteva costarci amare, almeno non ci costi riamare (Agostino, De Trinitate).

Nel precedente incontro abbiamo visto perché Gesù chiama gli apostoli: per vivere con lui e per mandarli a predicare. Gesù, prima di ogni altra cosa, ci chiama a vivere con Lui e a stare con Lui. E proprio per stare in sua compagnia ci troviamo insieme. Stiamo insieme per aiutarci a conoscere e amare la persona di Gesù, per scoprire perché Gesù è così importante per la nostra vita e quella del mondo. Se sperimentiamo la bellezza dello stare con Lui allora nascerà in noi il desiderio di condividere questa scoperta con tutti. Solo così possiamo diventare anche noi missionari come gli apostoli.

Per conoscere Gesù dobbiamo domandarci: perché il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi? La frase di Sant’Agostino, che riassume la riflessione di oggi, dà una prima fondamentale risposta: Gesù è venuto per farci scoprire quanto Dio ci ama. In questa lezione inizieremo a rispondere proprio a questa domanda: come ciascuno di noi può scoprire l’amore di Dio che avvolge tutte le cose?

Sant’Agostino spiega anche che siamo chiamati a corrispondere a questo amore. Per ora lasceremo questo secondo aspetto in ombra. Mi riservo di parlarne più avanti. Anche perché non appena si sperimenta l’amore di Dio, riamare viene quasi naturale: se può costarci amare, almeno non ci costerà riamare.

Inoltre, se comprendiamo che Gesù è venuto in mezzo a noi per mostrarci l’amore del Padre, riusciamo a capire come leggere il Vangelo. Ogni versetto ci testimonia il suo amore. Solo così la sacra Scrittura diventa a noi comprensibile.

1. La luce del mondo

Più volte abbiamo parlato della bellezza della vita comune. Una di voi però mi ha giustamente obiettato: «Siamo chiamati a vivere assieme, ma dopo un po’ questo stanca e sento il bisogno di solitudine e di silenzio». Dobbiamo prendere sul serio i bisogni che abitano nel più profondo del nostro cuore. Ciascuno di noi ha bisogno degli altri, ma allo stesso tempo ha bisogno di raccoglimento, di silenzio, di vita interiore. Se vogliamo scoprire quanto Dio ci ama, dobbiamo piano piano imparare a fare silenzio. Solo questo ci permetterà di udire la sua voce. La solitudine è importante tanto quanto la vita comune. Una vita comune sana è impossibile senza raccoglimento e silenzio. Se in famiglia e a casa non si sperimenta mai questo raccoglimento, la vita comune diventa un inferno. A questo proposito Dostoevskij raccontando i suoi dieci anni di carcere nel gulag dice: «La tortura più grande che ho vissuto è che non ero mai da solo».

La solitudine esteriore di per sé però non soddisfa. È decisivo cosa viviamo nei momenti di silenzio e di solitudine. Il primo suggerimento che vi do è di tornare a contemplare la bellezza del creato.

Possiamo godere di ciò che ci circonda. Approfittare dei momenti belli. I momenti belli predispongono l’anima alla preghiera. Quando dei genitori vanno al parco con il figlio, sono loro i primi che hanno bisogno di andarci. I papà e le mamme hanno bisogno di smettere di lavorare, se possono e riescono, di lasciare il telefono a casa, di vedere degli alberi, di vedere dei fiori, di vedere che nel mondo nonostante la distruzione che l’uomo ha fatto della natura ancora risplende l’amore di Dio. Lo abbiamo visto dopo la pioggia degli ultimi due giorni: siamo tornati a respirare, l’aria si è purificata e siamo tornati a vedere i contorni delle cose, e tutto risplende di una luce veramente bella.

È importante che impariamo a goderci quanto ci circonda. Tutto ci insegna e tutto ci conduce a Dio. Tutte le cose attorno a noi sono gocce dell’amore di Dio. I vegetali, gli animali, gli uccelli, i monti, il mare, il tramonto. Sono piccoli amori attraverso i quali arriva il grande amore. I fiori spandono il loro profumo e la loro bellezza sui peccatori e sui giusti. Quando abbiamo peccato le cose ci sono ancora e Dio non smette di donarci il suo amore. È un dono gratuito. Questo è un modo in cui sperimentiamo la misericordia di Dio: dopo avere peccato e dopo aver fatto il male ci rendiamo conto che Dio non smette di darci i fiori, di darci il sole, di darci la luna. Allora il silenzio diventa bello, attraente, la solitudine diventa bella. Questa solitudine si può vivere anche portando il bambino al parco, stando insieme davanti a questa bellezza. Per questo però è necessario a un certo punto lasciare il lavoro da un’altra parte, staccare la testa e il cellulare. Personalmente non mi sento completamente a casa senza aver staccato il cellulare. Per me il cellulare acceso significa trovarmi in una piazza dove chiunque può raggiungermi e parlarmi.

Alcuni possono obiettare che è molto difficile staccare dal lavoro e spegnere il cellulare, soprattutto per impegni di lavoro importanti, incombenti. Tuttavia, lavorare troppo porta con facilità a sbagliare. È emblematica la dichiarazione di un Ministro della Repubblica per cui i più grandi errori giudiziari siano stati commessi da magistrati che lavoravano venti ore al giorno ed erano esauriti.

Riuscire a staccare, a fare silenzio, ci consente di vedere l’amore di Dio. Il Suo amore ci raggiunge attraverso la bellezza che brilla nel mondo, la bellezza della letteratura, della poesia, di un romanzo, della musica, dell’arte. All’inizio saremo presi dalla paura che il lavoro ci sfugga, che la famiglia ci sfugga di mano. Nel tempo però lavoreremo meglio e in maniera più proficua. Spesso un sano distacco permette di trovare soluzioni a problemi lavorativi che la full immersion impedisce di scovare.

Nel mondo, dunque, c’è una luce che ci può guidare. È la luce della creazione che ci conduce a Dio. Godere fino in fondo delle bellezze che Dio ci dona, significa arrivare a ringraziarlo. Non bisogna fermarsi alla bellezza delle singole cose, ma bisogna ringraziare Dio per tutto. Ringraziamo Dio che è la bellezza suprema e cerchiamo per quanto possibile di arrivare al bello in sé (cfr. Platone). Allora godremo di più di tutto ciò che è bello per partecipazione.

2. Cristo luce del mondo

Spesso però l’amore di Dio che c’è in tutto ciò che ci circonda diventa per noi invisibile. A tutti è capitato di vedere il cielo e non provare nulla, vedere la natura o i bambini ma senza che ci comunichino qualcosa. Non vediamo la creazione come un segno visibile e tangibile dell’amore di Dio per noi. Le cose diventano mute. Non ci parlano più. Un versetto di San Giovanni esprime questa esperienza: «Se uno cammina di giorno non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte inciampa, perché gli manca la luce» (Gv 11, 9-10).

Se uno cammina di giorno – e vede la bellezza del mondo – non inciampa perché vede la luce di questo mondo, ma se uno cammina di notte inciampa perché gli manca la luce. Noi tante volte per la nostra condizione di peccatori non vediamo l’amore di Dio, non lo vediamo più. Per quale ragione Gesù è venuto? Per mostrarci l’amore di Dio, per mostrarci l’amore del Padre. Gesù vedeva tutto come un segno dell’amore del Padre per lui e per tutti i fratelli ed è venuto per mostracelo. Noi abbiamo bisogno di Lui, senza di Lui non vediamo più la luce, diventiamo ciechi. Tutto diventa in noi occasione di lamento, di irritazione, tutto ci pesa, anche quei legami d’amore che erano così carichi di promessa.

Cosa possiamo fare se diventiamo ciechi e non vediamo più l’amore del Padre? Occorre che rinasciamo in Cristo. Rinascere in Cristo è il secondo passo per scoprire l’amore di Dio. E come rinasciamo in Cristo? Egli si dona a noi nell’Eucarestia e nella Confessione. I sacramenti sono la sorgente dell’amore, ci ridonano continuamente l’esperienza di essere amati. L’Eucarestia è il punto fermo del mondo. Quando non vediamo più niente – ed è un’esperienza che capita anche ai sacerdoti – ci possiamo aggrappare all’Eucarestia, a Cristo che si dona a noi. L’Eucarestia è sempre il centro della nostra comunità, della nostra casa, così come è il centro delle vostre case. Noi non siamo in grado di amarci di un amore puro, non vediamo il fratello come la presenza di Cristo per la nostra vita. Le nostre case sono fatte di peccatori che a un certo punto si vedono reciprocamente come impedimenti alla realizzazione dei propri desideri. Il marito pensa a cosa potrebbe fare senza la moglie, la moglie senza i figli e così via. Per questo abbiamo bisogno di essere redenti da Cristo, abbiamo bisogno della sua misericordia. Il matrimonio ha bisogno continuo di redenzione, di guarigione. Vediamo bene quanto le persone fatichino a vivere un amore fedele senza la grazia di Gesù. La maggior parte ci rinuncia. L’Eucarestia e la confessione ci donano gratuitamente questa redenzione. La nostra casa non sta in piedi da sola. Sta in piedi se è salvata da Cristo, ha bisogno di essere salvata da Cristo. Anche la nostra comunità non reggerebbe e fallirebbe di continuo se Cristo non ci ridonasse sempre la sua Grazia indipendentemente da noi. L’Eucarestia, come centro della vita familiare ci dona di vedere la moglie, il marito, i figli come un segno dell’amore di Dio. Noi siamo accecati dal peccato e abbiamo bisogno della luce di Cristo. Quando siamo in pochi ci lamentiamo che siamo in pochi, e quando siamo in tanti ci lamentiamo che siamo in tanti. Quando stiamo con uno vorremo stare con un altro. Il fratello invece che essere percepito da noi come un segno tangibile dell’amore di Gesù, diventa un peso. Iniziamo a misuralo. Non è come vorremmo, come ci aspettavamo, non soddisfa le nostre misure, ci delude.

Una di voi ha posto proprio questa domanda: «Come si può guardare l’altro senza misurarlo e senza misurare sé stessi?». È una domanda che esprime bene il sentimento del nostro tempo, la nostra concezione scientifica della vita che ci fa misurare tutto. Ciò che è misurabile è controllabile. È migliorabile. Si può sfruttare come le risorse naturali. Non a caso nel mondo del lavoro non si parla più di persone, ma di risorse umane. Quando poi la risorsa non è più sfruttabile si scarta. Da qui la paura di non essere all’altezza: se non raggiungi lo standard sei fuori dal sistema. Il metodo scientifico ha tanti vantaggi. Quando però diventa un modo di pensare che applichiamo a noi stessi e gli altri è terribile, spietato, gelido. È un modo di pensare in cui siamo immersi e da cui nessuno è esente, nemmeno noi sacerdoti. Ad esempio, vogliamo misurare il successo missionario in base all’esito del programma educativo adottato. Misuriamo la moglie, il marito, i figli. Se siamo immersi in questa mentalità come possiamo guardare all’altro senza misurarlo e senza misurare noi stessi?

Guardando a Cristo. Lui non ci misura, ci perdona. Se leggiamo le parabole del Vangelo, vediamo come Gesù ci guarda. Allora possiamo domandare che i sacramenti diventino la forma della vita. Gesù ci perdona e ci accoglie così come siamo. Noi, guardando a Lui, possiamo imparare ad accogliere noi stessi – che è la cosa più difficile – e ad accogliere gli altri, senza misurarli. Impariamo a guardare i nostri figli con la consapevolezza che sono dei peccatori e al tempo stesso un dono di Dio alla nostra vita. Ben prima di essere delle persone da educare, i figli sono un segno dell’amore che Dio ha per noi. Un amore che ci ha reso fecondi. Questo non è sempre facile e spesso guardiamo noi e gli altri misurandoci, ma possiamo volgerci a Dio per risentire la sua grazia che ci ricrea nella Confessione.

Vedere le persone che ci circondano come un dono può essere molto difficile, soprattutto se siamo in un momento di aridità spirituale. Un momento in cui l’amore di Gesù non lo si vede da nessuna parte, né nella natura, né nelle persone. L’aridità spirituale è tanto più grande quando una persona ha vissuto l’esperienza della vicinanza di Gesù alla sua vita. Gesù gli ha donato speranza e gli ha dato la luce e ora giace nella notte e sente la dolorosa nostalgia dell’amato come dice il Cantico dei Cantici: «Dov’è l’amato del mio cuore? […] sono andato in giro a cercarlo e non l’ho trovato, ho girato nelle piazze e ho chiesto ‘Avete visto l’amato del mio cuore?’». È descritto bene anche nei salmi: «Invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo». E anche nelle testimonianze personali: «Alle volte nell’adorazione Dio mi sembra vicinissimo, altre volte mi sento persa nel nulla e mi trovo a chiedere disperatamente che riempia il vuoto terribile che sento dentro di me. E poi lui ritorna ed è sempre continuamente così». Gesù ha condiviso questa condizione con noi. Suor Faustina, che aveva visto Gesù tante volte nelle visioni, racconta nei suoi diari di aver vissuto dei momenti terribili di aridità e se ne è lamentata anche con Gesù. Nel diario leggiamo anche la risposta che Gesù dà a Suor Faustina: «Sappi inoltre che queste tenebre, di cui ti lamenti, le ho sperimentate prima Io per te nell’orto degli ulivi». Questo significa che anche nel buio peggiore Gesù è lì accanto a noi e ci accompagna, non ci abbandona mai! Anche se lo sentiamo lontano. Il sentimento non può essere l’ultimo criterio del nostro legame con Dio e con i fratelli.

3. La testimonianza dei fratelli

Dobbiamo aggiungere un passaggio a cui tengo molto e che è legato anche all’aridità di cui abbiamo appena parlato. Spesso Gesù ci manifesta il suo amore donandoci dei fratelli di fede, dei consanguinei in Cristo. È lì il segno tangibile della sua presenza, il luogo dove l’eucarestia diventa compagnia quotidiana.

A questo proposito desidero proporre alla vostra meditazione tre brevi brani di un bellissimo testo sulla vita comune di Bonhoeffer, grande teologo protestante morto martire sotto il nazismo.

«Il desiderio di guardare direttamente in viso altri cristiani non è per il credente motivo di vergogna, come se fosse ancora troppo legato alla carne. L’uomo è stato creato come corpo, nel corpo si è mostrato il Figlio di Dio sulla terra per amor nostro, nel corpo è stato risuscitato, nel corpo il credente riceve Cristo Signore nel sacramento, e la risurrezione dei morti attuerà la perfetta comunione delle creature di Dio, anime e corpi».

«Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca agli uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la Parola di Dio, ne ha bisogno ogni volta che si trova incerto e scoraggiato; da solo infatti non può cavarsela, senza ingannare sé stesso sulla verità. Ha bisogno del fratello che gli porti e gli annunci la Parola divina di salvezza. Ha bisogno del fratello solo a causa di Gesù Cristo. Il Cristo nel mio cuore è più debole del Cristo nella parola del fratello; il primo è incerto, il secondo è certo».

«La vicinanza fisica di altri cristiani è fonte d’incomparabile gioia e ristoro per il credente. L’apostolo Paolo in carcere ha grande desiderio che venga da lui Timoteo, «suo diletto figlio nella fede»; lo chiama, nei suoi ultimi giorni di vita lo vuol rivedere e avere vicino».

Va notato che queste parole sono scritte da un protestante per cui il dialogo personale con Dio ha una grandissima importanza. L’amore di Gesù quindi si manifesta anche attraverso i fratelli che ci sono messi accanto. Certe volte non si vede nulla, non si sente la vicinanza di Dio, ma si può vedere chi si ha accanto. Questa casa parrocchiale che Dio mi ha donato come fonte di compagnia, consolazione, testimonianza, è il segno tangibile, visibile dell’amore di Gesù per me. Sì, questa casa parrocchiale che si è aperta al quartiere, alla città, da cui passano così tanti fratelli e sorelle donandomi il loro sorriso, il loro abbraccio, il loro aiuto è una consolazione enorme. Ma le vostre case, le vostre amicizie iniziano ad essere così e in alcuni casi lo sono anche di più della casa parrocchiale, tanto è vero che noi stessi venendo da voi veniamo sostenuti dall’amore che vivete tra voi e che varca la soglia della vostra casa. Ognuno ha delle persone che gli sono date. Ci è stata data una casa e questo è oggettivo, non dipende da ciò che soggettivamente vediamo. Dunque, quando non vedo devo avere l’umiltà di appoggiarmi a chi in quel momento vede. Dio non toglie la luce a tutti contemporaneamente. Questo ci fa comprendere che non possiamo andare a Dio da soli e dobbiamo avere l’umiltà di appoggiarci sulla luce degli altri. Questo è il valore della casa, della comunità. L’amore di Dio si manifesta in maniera mediata dandoci un luogo, una casa, una comunità dove possiamo sperimentare il suo amore su di noi. Un amore che non ci abbandona alla solitudine. Se è vero come sostiene Freud che il trauma di abbandonare il confortevole ventre materno ci segna nel profondo, è ancora più vero che la maternità della Chiesa ci dona un grembo che ci permette di rinascere in Cristo, in una comunione ancora più profonda di quella che abbiamo con nostra madre. Ce lo testimonia un brano impressionante del vangelo di Marco:

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3, 31-35).

Gesù guarda così ciascuno di noi.

4. Un passo per tutta la nostra comunità: il valore assoluto della persona singola

Può accadere di sentirsi soli, anche dentro una comunità o una casa. È una delle questioni che avete posto: «Tra le varie amicizie e frequentazioni il rischio è non stare veramente con nessuno. Cosa vuol dire stare insieme veramente?».

Stare insieme veramente significa avere degli incontri sinceri che ci aiutino nel cammino della vita, che ci sostengano in un autentico cammino di fede, che ci invoglino a crescere nell’amore. Talvolta però rischiamo di frequentare tante persone ma di non stare veramente con nessuno. Ci può aiutare una frase di madre Teresa che non dobbiamo stancarci di meditare: «Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Se aspettassimo di raggiungere molta gente, non ci raccapezzeremmo più e non saremmo mai in grado di manifestare amore e rispetto per la singola persona. Credo nel rapporto a tu per tu: per me ogni persona rappresenta Cristo e poiché c’è un solo Gesù quella persona in quel momento è l’unica al mondo».

Gesù ci insegna il valore assoluto della persona. Non si può essere legati con vincoli d’amore a una massa di persone. L’amore comporta sempre legami personali o con gruppi piccoli. Stare in comunità senza avere rapporti personali significa stare male, sentirsi persi, in fondo soli, come un bambino che si perde al supermercato: è circondato da persone, ma piange perché ha paura di perdere i genitori. Non dobbiamo troppo interrogarci sulla dimensione numerica della comunità, non dobbiamo misurare quanto sta crescendo. È invece importante che non perdiamo il rapporto con le singole persone. Nella nostra comunità abbiamo cercato di amare le persone che incontravamo singolarmente, una alla volta e, anche se non ci riusciamo sempre, dobbiamo continuare a provare a farlo. Solo in questa esperienza può esserci consolazione e aiuto reciproco. Madre Teresa amando una persona alla volta ha aiutato milioni di persone.

Incontrare una persona alla volta e vedere in essa Gesù. Molti di noi cominciano a fare un’esperienza di questo tipo, ma cosa può significare questo nelle nostre vite è tutto da scoprire. Innanzitutto, può essere l’umiltà di incontrare poche persone. Se vogliamo davvero incontrare una persona dobbiamo dedicarle del tempo, altrimenti anziché parlare con lei, ci distraiamo pensando a tutte le cose che dobbiamo fare, ai nostri programmi, alle altre persone di cui desideriamo prenderci cura. Incontriamo veramente una persona dedicandole le nostre attenzioni. Se siamo in difficoltà, dovremo partire da un amico. Se questo amico non ci considera, cerchiamone un altro. Se ci sentiamo pieni dell’amore di Dio, portiamolo a chi è solo e abbandonato. Spesso sperimentiamo l’amore di Gesù, donandolo ai fratelli e agli amici, prendendoci cura di loro.

Per poter amare una persona, dobbiamo entrare in stretto contatto con lei. Spero di tutto cuore che questo insegnamento di madre Teresa, così utile in questo momento storico dove si rischia di avere tanti contatti ma in fondo di essere soli, possa diventare la stella polare del nostro cammino di quest’anno.

¹ A questo proposito mi permetto di segnalarvi un’utile testimonianza di Mario Calabresi:

Domenica scorsa mia figlia mi ha chiesto: «Papà, quando presenti il libro a Torino?». Le ho risposto: «Non me lo ricordo, aspetta che guardo sul telefono, dovrei avere una mail con il programma». Ho aperto la posta, mi sono messo a cercare, ma la mia attenzione è stata catturata da un’altra dal titolo: “Ricette da fare con la zucca per Thanksgiving”, era del New York Times. Io sono molto appassionato di zucca e la mia specialità della domenica sera in autunno e inverno è la crema di zucca con le castagne, così ho pensato: Fantastico! Qui trovo un sacco di ricette nuove.

Ho scorso la mail e, a un certo punto, ne ho vista una molto sfiziosa che non conoscevo, ho cliccato e il link mi ha portato sul sito del New York Times. Si è aperta la mascherina che diceva: abbonati! Seguivano le offerte e le tariffe. Ma io sono già abbonato al New York Times e, con fastidio mi sono chiesto: ma perché il telefono non mi riconosce? A quel punto mi chiedeva di inserire le mie credenziali. Ma io non mi ricordo più quali siano, ho dimenticato la parola chiave. Così mi sono messo a cercarla: doveva essere da qualche parte nel telefono. E mentre cercavo tra tutte le password, ho visto quella di una compagnia telefonica che mi sta inseguendo da mesi perché io restituisca un vecchio decoder. Un decoder che era di due case fa e non ho la minima idea dove sia finito. Mi sono ricordato però che la compagnia telefonica mi bombardava di sms. Allora, ho detto: fammi vedere a che punto siamo arrivati con la storia del decoder. E sono andato a vedere negli sms.

La prima cosa che ho trovato è stato un messaggio – che mi ero dimenticato – dell’oculista che diceva che dovevo portare da lui le ragazze martedì alle 19. Allora mi sono girato e ho detto a mia figlia: «Martedì, martedì abbiamo l’oculista!» E lei mi ha chiesto: «E come fai? Se andiamo dall’oculista salti la presentazione? Ma non ti eri accorto che erano lo stesso giorno?». Non capivo: «Ma cosa c’entra la presentazione? Ti ho detto che martedì devi andare dall’oculista». Mi ha guardato perplessa e mi ha detto: «Ho capito, ma tu stavi guardando il telefono per dirmi quando c’era la presentazione, no?». «Ah, è vero». Allora ho fatto il percorso inverso: dall’oculista, al decoder, alla password, alla crema di zucca fino alla presentazione. È vero: avevo preso il telefono per un’altra cosa. E lì mi sono reso conto del naufragio della mia attenzione. Dobbiamo distinguere le cose urgenti dalle cose importanti. Il tempo non è infinito e dobbiamo usarlo per le cose che ci stanno a cuore.

Quante volte prendete il telefono in mano perché dovete fare una cosa che vi sembra importantissima – una telefonata, mandare una mail, scrivere un appunto, comprare il biglietto di un treno – ma poi vedete, per esempio, che avete dieci notifiche di WhatsApp. Dieci notifiche. Wow, pensate, chissà chi mi ha scritto? Entrate e trovate la chat dei compagni di classe (che è ancora una delle più innocue) che propongono la pizzata tra tre giovedì e tu vai a vedere il calendario e no, tu tra tre giovedì non puoi. Allora inizi a dire cosa faccio? Non vado? Propongo io un’altra data?

Poi vedi la notifica di un giornale che dice che il seggio senatoriale del Nevada l’hanno vinto i democratici. E allora pensi: i repubblicani non ce l’hanno fatta ad espugnare il Senato! Nel mio caso ho scritto subito a un amico che è drogato di politica americana e gli ho chiesto se questo significasse che Trump non si sarebbe candidato.

Quante volte andiamo avanti così? Io, a un certo punto, mi chiedo: perché ho preso il telefono, che cosa dovevo fare? Allora faccio così: faccio il percorso all’indietro. Appoggio il telefono nel posto da cui l’avevo preso, mi sgombro la testa da Trump, dai democratici, dal Nevada, dalla pizza di classe e cerco di tornare a uno “stato di natura originale” e mi chiedo che cosa dovessi fare di importante. E quasi sempre, a quel punto, riemerge.

Il problema di questo nostro tempo iperconnesso è che viviamo immersi in una moltitudine di stimoli tecnologici, che parlano tutti il linguaggio del tempo reale e provocano una grande confusione nelle nostre teste. Abbiamo bisogno di riscoprire una nuova ecologia, una sostenibilità del nostro tempo. Quando i genitori danno il telefono per la prima volta ai figli cercano di mettere delle regole, ognuno a modo suo. C’è il genitore progressista che fa scrivere al figlio una sorta di documento in cui si impegna a non usare il telefono in determinati momenti. C’è il genitore avvocato che fa addirittura un contratto coi figli. Poi ci sono i genitori che promettono premi, e quelli che minacciano punizioni. E poi c’è la scatola. Una scatola all’ingresso di casa. Quando si va a dormire o prima di sedersi a tavola si deve depositare il telefono nella scatola.

La scatola dove dobbiamo riporre il nostro cellulare per non farci distrarre e prenderci del tempo.

Queste scatole mi hanno sempre fatto pensare a Sergio Marchionne. Un grande manager italiano, con cui ho lavorato quando ero a “La Stampa”, scomparso da quattro anni.

La scatola di Sergio Marchionne era uno zainetto o anche una busta di plastica in cui teneva le sigarette, un paio di bottigliette di tè freddo e tre telefoni, uno con una sim americana, una svizzera e una italiana. Li tirava fuori solo se ne aveva bisogno, perché diceva che quando tu tieni il telefono sul tavolo, il telefono si frega la tua attenzione.

Io, quando me l’ha detto la prima volta, gli ho risposto: «Ma dai, si possono fare anche due cose insieme». E lui mi ha risposto: «Multitasking significa che tu puoi fare due cose male, tre cose malissimo e quattro cose in modo schifoso. Fanne una sola alla volta».

E poi mi ha anche insegnato il valore del tempo vuoto.

Sergio Marchionne e tempo vuoto sembrano due concetti lontanissimi, perché lui era uno che lavorava 18 ore al giorno. Eppure, mi raccontò che quando arrivò alla Fiat si mise a segnare sulla sua agenda uno spazio libero di 20 minuti ogni due ore a cui dava un nome qualunque, qualcosa come “Pasquale”. Chi aveva accesso alla sua agenda, i suoi collaboratori più stretti, all’inizio pensavano che Pasquale fosse un nome in codice per qualcuno che nessuno doveva sapere. Invece Pasquale era lui. Pasquale era il tempo necessario per capire le cose dopo ogni riunione, il tempo di cui aveva bisogno per telefonare, mandare mail e risolvere i problemi che erano emersi.

Per un’ecologia del nostro tempo dobbiamo fare una cosa fondamentale: distinguere le cose urgenti dalle cose importanti.

Le cose importanti sono facili da riconoscere: ognuno di noi sente dentro quali sono. Sono quelle che se non le facciamo avremo un rimpianto. Sono quelle che servono a costruire senso, che fanno la differenza nella nostra vita. Le cose importanti sono quelle che mettono un tassello della costruzione di un progetto, di un sogno e che provano a realizzare un pezzo di futuro.

Siamo bombardati da cose urgenti tutti i giorni, corriamo come sulla ruota del criceto: dobbiamo rispondere a una mail che propone un appuntamento tra un mese ed esige una risposta immediata. Ma tu non sai neanche che cosa mangerai questa sera. Come fai a sapere che cosa farai tra un mese?

E invece questo tempo pretende che vada programmato tutto, ti si chiede continuamente di rispondere, di correre, di dimostrare che sei performante. Le cose urgenti vengono lì, bussano alla tua porta, insistono, sgomitano, si fanno spazio. Le cose importanti invece, siccome sono solo tue e ce le hai dentro, le rinvii, perché pensi, appunto, che sono cose solo tue. E invece no, le devi proteggere. Le cose importanti sono fondamentali nella vita, fanno la differenza. Io questo l’ho capito durante il tempo in cui siamo stati bloccati in casa a partire da quella primavera in cui c’era tutti i giorni il sole ma non potevamo uscire.

Ecco in quella primavera ci siamo resi conto che possono accadere cose improvvise, inattese, inimmaginabili che spazzano via tutto. Tutte quelle cose che avevamo nell’agenda e che erano urgentissime possono essere cancellate in nome di qualcos’altro. E allora possiamo anche noi iniziare a immaginare che esista la possibilità di fare anche cose nuove, inimmaginabili, anche a dare importanza a quello che sentiamo dentro. Sapendo che il tempo non è infinito, che non abbiamo tutto il tempo del mondo e che quindi dobbiamo usarlo per le cose che ci stanno a cuore.

Io tutte le domeniche pomeriggio faccio un foglietto che porto sempre in tasca, su cui mi scrivo quattro, cinque, sei cose importanti. Non segno mai nessuna urgenza, ma cose importanti che per me hanno senso. E durante la settimana, quando sono stanco e ho la sensazione di essere travolto dall’urgenza, lo tiro fuori un attimo, lo leggo e lo uso come bussola per non perdere la rotta.

Fatelo anche voi, rimettete l’importanza al centro delle vostre vite.

(da AltreStorie la Newsletter di Mario Calabresi «L’urgenza e l’importanza» 18/11/2022)

Ascolta la lezione

Scarica il libretto